Famiglie d'arte, le dinastie dell'atletica

25 Gennaio 2016

Genitori e figli, fratelli e sorelle che hanno lasciato un segno nella storia dell'atletica. 


 

di Giorgio Cimbrico

Cameron Burrell si lancia sulle orme di papà Leroy: non sarà facile quando in casa c’è chi ha corso in 9”85 (per due anni e 20 giorni record mondiale), ma il 6”60 di Lexington, Kentucky, alle spalle di un Trayvon Bromell da 6”54, può essere un buon punto di partenza e in ogni caso aggiunge un capitolo nello spesso volume sulle storie di padri (o madri) e figli (o figlie).

Rimanendo allo sprint, il precedente più interessante viene dalla famiglia Miller: papà Lennox, velocista e dentista, fu il secondo giamaicano a salire sul podio olimpico dei 100 dopo Herb McKenley e l’impresa, all’uomo che correva con la maglietta della salute sotto la canottiera, riuscì due volte; a Messico, inserendosi tra Jim Hines e Charlie Greene in 10”04 e a Monaco, terzo alle spalle di Valeri Borzov e Robert Taylor. La figlia Inger, nata e cresciuta in California – e così in gara sotto la bandiera degli Stati Uniti - conquistò l’oro olimpico della 4x100 ad Atlanta andando così a formare la prima e unica coppia di velocisti parenti stretti a portar a casa metalli olimpici.

Il confronto impallidisce di fronte a quel che seppe ottenere la famiglia Nemeth: papà Imre fu campione olimpico nel lancio del martello a Londra ’48 e dimostrò di essere ancora competitivo quattro anni dopo finendo terzo. Ovviamente consigliò a Miklos di seguire le sue orme, in una specialità sempre assai amata dai magiari, ma il figlio preferì il giavellotto e la scelta si rivelò azzeccata malgrado un paio di fallimenti: a Montreal ’76 Miklos realizzò l’accoppiata del sogno, oro olimpico e record del mondo, scagliando il vecchio attrezzo a 94,58.

L’Ungheria può mettere in vetrina anche la famiglia Zsivotzky: con i suoi due argenti olimpici e l’oro strappato a Messico per 8 piccoli centimetri sul grande avversario Romuald Klim, Gyula è giustamente considerato uno dei più grandi martellisti della storia. Il figlio Attila (in Ungheria nome piuttosto comune, senza connotati selvaggi o barbarici) ha cominciato con il salto in alto per virare nel decathlon. Terzo ai Mondiali di Helsinki 2005 e secondo agli Europei di Goteborg dell’anno dopo, è giunto a un personale di 8554 punti. Saltare 2,22 in almeno tre occasioni importanti è servito a spingerlo in alto, in tutti i sensi.

Sul tema degli affari di famiglia il martello rimane il terreno più generoso.

Sergei Litvinov, tornato a essere il secondo della storia dopo la squalifica del bielorusso Igor Tikhon (o Tikhan o Tsykhan) ha un figlio che con poca fantasia è stato chiamato Sergei. L’erede non può che opporre un bronzo europeo al formidabile albo d’oro del padre (due titoli mondiali e uno olimpico) ma ha saputo portasi ben oltre la fettuccia degli 80 metri, 80,98, per un totale di famiglia che supera i 167 metri: Sergei I ha 86,04.

Mentore del figlio è stato Shigenobu Murofushi, più volte campione asiatico e finalista olimpico a Monaco ’72. Koji, segni particolare bellissimo, ha saputo fare molto meglio: quarto della storia con 84,86, campione olimpico ad Atene dopo la squalifica doping dell’ungherese Adrian Annus), campione mondiale a Daegu 2011.

In questo repertorio la figura di massimo spicco è Yuri Sedykh: l’unione con la bella Ludmila Kondratieva, russa d’Asia e campionessa olimpica dei 100 a Mosca, produsse Oksana, martellisa da 77 metri e tuttora settima di tutti i tempi. Dopo il divorzio, nuove nozze con Natalia Lisovskaya e un record da unire al limite mondlale che nessuno ha battuto dopo quasi trent’anni: Yuri è l’unico campione olimpico ad aver sposato due campionesse olimpiche. Dalla seconda unione è nata Alexia, martellista da supergiù 70 metri e di passaporto francese, come il resto della famiglia.

Non resta che andare su altre pedane e scendere in pista. Sulle prime si trovano Heidi Rosendahl, campionessa olimpica e primatista mondiale di lungo (oltre che sex symbol degli anni Settanta) e il figlio Danny Ecker, astista da 6,00. Sulla seconda ci si imbatte in un paio di storie masai. La prima è stata scritta dai Koncellah: Billy, due volte campione del mondo degli 800 nell’87 e nel ‘91, e il figlio Gregory, Yusuf Saad Kamel secondo il passaporto del Bahrain, campione mondiale dei 1500 nel 2009. Il record di famiglia degli 800 non era male, 1’43”06, ma Gregory ha saputo far meglio, 1’42”79.  La seconda è la saga dei Rudisha, una vicenda che prende il via a Messico ’68 con Daniel argento nella 4x400 kenyana e prosegue trent’anni dopo con le meraviglie cronometriche e tattiche di David, l’unico a essersi portato nei pressi dei 100 secondi.

Nella prossima puntata, le dinastie d’Italia (a questo LINK).

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