40 anni fa l'addio a Consolini



Era nato a Costermano, nel Veronese, il 5 gennaio del 1917. Morì troppo presto, a Milano, il 20 dicembre del 1969, quando non aveva ancora 52 anni. Adolfo Consolini se ne andò in punta di piedi, senza disturbare, con lo stile che aveva caratterizzato la sua vita: un uomo grande e grosso, mai ingombrante. Un’epatite virale o forse qualcosa di più se lo portò via in dieci giorni appena nove anni dopo l’ultima sua esibizione da Ercole degli stadi, quando con 43 primavere sulle spalle aveva ancora onorato sul campo, alle Olimpiadi di Roma, una carriera da mito dello sport. Ai Giochi di casa nostra il discobolo veneto era stato designato a simbolo dell’Italia sportiva, gli era toccato l’onore di leggere il giuramento degli atleti: con la sua voce sottile che faceva da curioso contrasto con il fisico poderoso, aveva ricevuto l’ultimo grande applauso dello stadio ma non solo, perchè per la prima volta nella storia i Giochi venivano trasmessi in televisione in tutta Europa, nel Nord America e in Giappone. Alla fine della carriera, il suo palcoscenico più grande.

Ora, a 40 anni dalla morte, l’atletica leggera, anzi lo sport, si mette ancora una volta sull’attenti per ricordarlo. Per celebrare un campione di risultati, di correttezza, di sensibilità. Ma anche qualcosa di più. Consolini fu il primo ambasciatore italiano all’estero in un momento cruciale, emblema di un Paese fiaccato dalla guerra e dalle divisioni politiche, il primo a far risuonare l’Inno di Mameli fuori dai nostri confini. Era l’estate del 1946, lo sport e la vita riprendevano il sopravvento sugli orrori del conflitto mondiale, i campionati europei di atletica erano una scommessa e un modo di tornare a vivere. Lì, a Oslo, Consolini vinse il primo dei suoi tre titoli europei consecutivi, fece garrire il Tricolore prima ancora di Bartali, di Coppi, di Zeno Colò. E la scena si ripetè due anni dopo ai Giochi di Londra. C’erano forti opposizioni politiche alla partecipazione della squadra azzurra, ma il premier britannico Winston Churchill si adoperò per il sì, l’Italia scese in campo a differenza della Germania e del Giappone. E fu Adolfo Consolini il primo a dire: siamo qui, siamo vivi, siamo bravi.

La storia della sua vita sportiva è stata un romanzo. Da quando, figlio di contadini, cadde da cavallo, si ruppe il braccio destro e i medici furono categorici: niente più sport. Ma lui si ribellò, si limitò ad abbandonare l’equitazione con il ringraziamento dei cavalli non felicissimi di portare in groppa la sua mole, scelse il tamburello per rinforzare l’arto. E tirava sventole da far paura. Lo notò un dirigente dell’atletica, il professor Bovi, impressionato da quella specie di Golia che si sbracciava allo sferisterio, altri dicono che la prima segnalazione arrivò dal federale veronese in cerca di campioni per dare lustro al Paese fascista. Fatto sta che Consolini si convinse a scendere a Verona per far conoscenza dell’atletica. Faticando a vincere la fiera obiezione dei genitori, il gigante in campagna lavorava per tre, non volevano proprio privarsene. Ma in cambio di qualche liretta...

E a 19 anni cominciò la seconda vita del giovane Adolfo. Gli inizi furono difficili, l’atletica non concede nulla all’improvvisazione, incanalare la sua enorme potenza nel sublime gesto del discobolo non fu facile. Poi da Bovi passò al grande maestro Oberweger e a prezzo di fatiche durissime, ore e ore di allenamento, i risultati cominciarono ad arrivare. Arrivò anche un’offerta più gradita alla famiglia contadina di Costermano, la Pro Patria lo voleva a Milano e gli garantiva impiego in un cotonificio, 1500 lire al mese e due ora al giorno di libertà per allenarsi. I primi a essere sbalorditi furono gli operai del cotonificio, quando lo videre trasportare con disinvoltura balle da due quintali... E presto Consolini sbalordì il nuovo capotecnico azzurro Comstock con la potenza dei suoi lanci: lui e il suo disco iniziarono il grande volo. Il primo record del mondo al campo Giuriati, 53,34, la mitica battaglia a distanza con i due americani Fitch e Gordien, altri due sigilli mondiali, con l’amico piemontese Beppe Tosi, formidabile anche lui, destinato a un perenne secondo posto con la soddisfazione di sottrargli un paio di volte il primato europeo.

Una carriera lunga e felice, mai facile. Si allenava sempre nei ritagli di tempo, ebbe momenti di disoccupazione, di umiliazioni. I suoi rivali americani erano assistiti da medici, tecnici, borse di studio, ma il nostro Adolfo non recitò mai la parte della vittima o del campione incompreso. Scrisse di lui un grande giornalista, Giorgio Fattori, nel 1955: «Sono passati ormai 15 anni da quando con la valigia di fibra e una lettera di assunzione in tasca Consolini scese trepidante alla stazione di Milano. Non è diventato ricco e nemmeno lo sperava, è diventato invece un grande campione come voleva...».

 Campione anche di longevità: proprio quell’anno, 1955, lo davano ormai per finito. Aveva quasi 39 anni e si era appesantito nel fisico, ma salì al record personale ed europeo, 56,98, il top della sua carriera. Si guadagnò così a fine anno la terza partecipazione alle Olimpiadi. Un paio di mesi dopo a Melbourne (si gareggiava quando da noi era inverno), fu ancora sesto otto anni dopo il trionfo di Londra, quattro dopo l’argento di Helsinki. Nell’albo d’onore dei 16 italiani dell’atletica leggera campioni d’Olimpia (13 uomini, 3 donne) è l’unico ad aver toccato il vertice nel disco, la specialità cara agli dèi dell’antica Grecia.

Gianni Romeo

Nella foto, il discobolo Adolfo Consolini (archivio FIDAL)

 

File allegati:
- La scheda di ADOLFO CONSOLINI



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