Una storia al giorno

23 Febbraio 2014

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

 

23 febbraio. Quarantadue anni fa Marcello Fiasconaro non aveva più la maglia a strisce orizzontali bianche e verdi di sapore rugbystico (l'ovale è stato e rimane il suo grande amore) che lo avevano accompagnato nelle sue prime esibizioni italiane, nel segno di una potenza da ala o da secondo centro da scaricare sulla pista. Quando si presentò a Genova, per i campionati italiani indoor, dopo aver lasciato negli spogliatoi giaccone, jeans e stivaletti, la maglia che indossava era quella bianca e azzurra del Cus Torino. Nulla da stupirsi: era il club che, sin dalla nascita, era stato il giardino e il laboratorio di Primo Nebiolo. Normale che il presidente mettesse le mani su questo prodigio recapitato dal Sudafrica dopo segnalazione di Carmelo Rado, discobolo e uomo di frontiera.

 In quel febbraio del '72, reduce dall'argento europeo di Helsinki, quando gli avevano detto di inseguire la lepre sbagliata (il polacco Jan Werner, non il roseo e muscolato Roger Jenkins), Marcello-March irruppe con la sua vitalità naif, con la sua forza, con la sua meravigliosa irrazionalità. Sbaragliò il campo, demolì quel che poteva demolire, chiuse in 46"4. E a quel punto diventò chiaro che, con un record del mondo controverso per lo sviluppo delle piste su cui era stato ottenuto e per le compensazioni da tavolino tra yards e metri, si trattava di offrirgli un'opportunità.

Venne fissata per il 15 marzo, quando l'inverno aveva ormai una data di scadenza e la primavera incombeva, e assunse la fisionomia grafica di un'affiche degna del pugilato: Fiasconaro contro Andrzej Badenski, polacco del Legia Varsavia, bronzo olimpico a Tokyo '64 e gran interprete, per conformazione fisica, delle gare al coperto, sette volte vittorioso nell'individuale e in staffetta quando in Europa i criterium si stavano trasformando in rassegna ufficiale. Più onestamente, Badenski recitò per quel che doveva essere, un eccellente sparring-partner, colpito al mento dopo un giro dalla potenza di Marcello che corse dentro un boato fornito da un pubblico che qualcuno misurò in 8.000 spettatori e che alcuni si spinsero a dichiarare in 10.000 per quel record mondiale portato di forza a 46"1.

E con questa storia abbiamo chiuso un ampio cerchio che abbiamo iniziato a tracciare il 25 febbraio dell'anno scorso ed è significativo che questa galleria sia stata aperta da Andrew Howe e venga chiusa da Marcello Fiasconaro, due campioni che non hanno raccolto per quanto valevano. Il caso, che qualcuno chiama destino, è il più severo e crudele dei maestri.

Giorgio Cimbrico

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