Una storia al giorno

06 Febbraio 2014

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

 

6 febbraio. Sedici anni fa, a Budapest, Daniel Komen regalò uno di quei suoi acuti – 3000 indoor in 7’24”90 con annessi punti esclamativi – che oggi invitano a domandarsi quali fossero i limiti del giovanotto di Marakwet se avesse unito il pane duro della disciplina e della costanza alla polvere magica dei mezzi stratosferici. Ovviamente, come capita di fronte a un gran numero di interrogativi interessanti, non c’è risposta.

Quella sera Daniel, che aveva sempre stampata in volto un’espressione un po’ incazzata, sfruttò il ritmo impresso da David Kisang (2’26”, 3’44”8) e lasciò il pubblico dell’arena nei pressi del Nepstadion con la bocca spalancata con quegli ultimi 1000 metri in 2’24”9. Qualche innamorato dei numeri si divertì a notare che, sommando i tempi del primo e dell’ultimo chilometro, Komen aveva corso sotto il record mondiale dei 2000 metri, in quel momento in pugno a un maestro delle corse al coperto, l’irlandese Eamonn Coghlan.

Il problema è che la fiamma che ardeva in Daniel bruciò violenta e troppo in fretta, per estinguersi rapidamente. Un anno e mezzo prima, a Rieti, Tim Hutchings e Steve Cram si erano messi a sghignazzare dopo le prime battute dei 3000 (1’57” agli 800) ma avevano cominciato a ricomporsi quando la boa di metà gara era stata raggiunta e superata in 3’38”4. Daniel era là, ormai solo, e il ritmo non si scioglieva. Sino a quel 7’20”67 che ancor oggi ha una sembianza vicino all’irreale.

La magia dei suoi risultati è anche un sortilegio di passaggi che hanno fatto storia e fantascienza del mezzofondo. Quando violò la barriera degli 8’ nelle due miglia (a Hechtel, Belgio, il 19 luglio 1997) corse per due volte nel tempo leggendario di Roger Bannister, il Prometeo dei 1609 metri. Con la non trascurabile differenza che i kenyano lo fece per due volte consecutive, senza fermarsi. Un mese dopo, a Bruxelles, fu anche il primo sotto i ‘ 12’40” nei 5000 strappando il record mondiale a Haile Gebrselassie e offrendo un capolavoro metronomico: primi due chilometri appena al di sopra dei 2’32”, secondi tre a 2’31”.

E’ stato divino tra i Giochi di Atlanta e quelli di Sydney (senza partecipare né agli uni né agli altri), ha chiuso la carriera con un titolo mondiale (dei 5000, a Atene ’97), uno del Commonweath (sui 5000, a Kuala Lumpur ’98) e con una panoplia di record personali che, per preziosità, potrebbe esser conservata nella Torre di Londra. Se esiste un aggettivo, è: inesplorato.

Giorgio Cimbrico

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