Una storia al giorno

03 Febbraio 2014

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

 

3 febbraio. A Madrid, sia nel vecchio, angusto Palasport in centro sia in quello più moderno costruito nella parte est della capitale, gli uomini e le donne razzo hanno sempre trovato un terreno generoso. Oggi, ad esempio, cade il 16° anniversario del record del mondo dei 60 che Maurice Greene, in una delle sue stagioni trionfanti, il ’98, fissò in 6”39. I perfezionisti, naturalmente, possono osservare che In realtà c’è stato chi, su una distanza così esigua, è andato più veloce dello sprinter di Kansas City che, ai nostri giorni, con qualche chilo di troppo addosso commenta le vicende atletiche su Eurosport. Malgrado una statura che sfiora i 2 metri, Usain Bolt seppe bruciare il segmento in 6”31 non sotto un tetto ma all’aria aperta dell’Olympiastadion berlinese nel giorno del suo senza aggettivi 9”58. E’ uno dei tanti record non riconosciuti di chi ne può allineare molti ufficiali. Che ne dite dell’8”70 sui 100 durante quei 150 in piazza a Manchester? Sembra sia il dato più fulmineo registrato da un bipede, accanto all’8”79 in frazione di staffetta.

Non resta che tornare a Madrid che, posta sull’altopiano a 670 metri di quota, può portare qualche piccolo vantaggio. Quella sera Greene non fu particolarmente soddisfatto della fase d’avvio ma convenne “che la seconda parte fu decisamente buona”. Jon Drummond finì a un decimo abbondante. Sei anni prima, stesso Palasport, stesso meeting, il piccolo Andre Cason aveva portato il record a 6”41 dando una scossa violenta, dopo una fiammata intermedia a Gand, al 6”48 di Leroy Burrell, ottenuto dove se non a Madrid, in una serata in cui Leory aveva offerto un 6”40 con partenza volante e così annullato.

“Cooman, una bala”, Cooman, una palla di cannone, titolò Marca nell’86 dopo che l’olandese con radici nel Surinam aveva bruciato la gomma del Palacio de los Deportes in 7”00. Erano gli Europei dell’86 e Nellie si era lasciata alle spalle, a otto e a quattordici centesimi, Marlies Goher e Silke Gladisch, il meglio della velocità griffata Ddr. Tutta e solo madrilena la cronologia che segue: dall’abbattimento del muro dei 7” ad opera di Merlene Ottey, 6”96 nel ’92, al doppio 8”92, nel ’93 e nel ’96, di Irina Privalova, la russa con gli occhi del colore del ghiaccio appena sciolto dal primo disgelo, caso unico di capacità proteiforme: dallo sprint brevissimo e breve ai 400hs, in un cammino di mutamento che la portò nel 2000 all’oro olimpico.

Giorgio Cimbrico

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