Una storia al giorno

08 Gennaio 2014

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

8 gennaio. Uno dei più bei film sull’atletica all’apparenza parla poco di atletica. E’ il caso di parlarne oggi giusto mentre cadono i 98 anni dal reimbarco delle truppe alleate che per otto mesi si erano fatte massacrare dalle mitragliatrici turche, con l’impossibile obiettivo di conquistare quelle colline e prendere lo stretto dei Dardanelli. Il film è Gallipoli (in italiano ci hanno aggiunto “Gli anni spezzati”), è un’opera giovanile di Peter Weir che aveva esordito con un capolavoro (Pic nic a Hanging Rock) e ne ha consegnati altri alla lista all time del cinema: Truman Show, Master and Commander.

Cos’era l’atletica più di un secolo fa in Australia? L’occasione per una sfida sulla distanza per eccellenza, le 100 yards che ebbero personaggi leggendari in F. F. Groom, in G. Tait, in John Gilmore, in Robert Vidal, che tra il 1864 e il 1866, a dar retta vecchi cronometri che andavano a quinti, a quarti, a mezzi, correvano in 10”0 su piste che di solito erano campi da cricket o rettilinei organizzati alla meno peggio. C’era anche chi con le 100 yards si guadagnava di vivere ed è il caso di Frank Hewitt, britannico, e J. G. Harris che nel 1870 si sfidarono a Melbourne. In palio, una cifra che faceva rizzare i capelli in testa: 100 sterline.

Secondo i parametri dell’epoca, i due protagonisti del film, un giovane Mel Gibson e un attore aussie che non ha avuto molta fortuna, Mark Lee, erano dei professionisti. Nel senso che partecipavano a fiere paesane con premi in denaro e scommesse, più o meno il mondo che, ancora esistente in Scozia molti anni dopo, finì per frequentare Allan Wells, prima di riqualificarsi dilettante. Ipocrisia, il tuo nome è atletica, potrebbe dire qualcuno in vena di parafrasi.

In un’epoca in cui è possibile rinvenire qualsiasi cosa consumandosi i polpastrelli su tasti che non fanno rumore, il consiglio è: chi non l’ha visto (ma anche chi l’ha visto e non lo rivede da tempo) si procuri Gallipoli. C’è la corsa per mettere in tasca un mucchietto di ghinee impilate sul tavolo dei bookmakers con la bombetta e gli elastici sulle maniche della camicia, c’è la corsa nell’outback e nel deserto in cui, improvvisa, appare la silhouette dell’animale importato dai cercatori d’oro e d’argento, il cammello. C’è la corsa per disperata per salvare le vite degli altri in quell’inferno di trincee verticali affacciato sul Mediterraneo in cui finirono per esser cacciati gli Anzac, gli uomini del corpo di spedizione australiano e neozelandese. 10.000 sono rimasti su quelle colline. Una si chiama Cresta del Pino Solitario.

Giorgio Cimbrico

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