Una storia al giorno

24 Agosto 2013

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

 

24 agosto. Nove anni fa Hicham El Guerrouj aveva gli occhi gonfi di lacrime e un bravo fotografo riuscì a cogliere quell’attimo fuggente e commovente, quel luccicore degno del San Pietro di El Greco, e un altro, dell’Equipe, scattò quella che, stampata molto grande in prima pagina, assomigliava meravigliosamente a un quadro storico: tutti gli avversari intorno a lui, ad abbracciarlo. Il tltolo era all’apparenza banale: El Guerrouj è grande. Come Allah. Perché Hicham, in quella sera ateniese, aveva finalmente realizzato il sogno che la sorte – o più facilmente, il caso - aveva spezzato, strizzando altre lacrime, di delusione più che di rabbia. La mitezza del marocchino non permetteva intrusioni nella sfera dei sentimenti acidi.

El Guerrouj era caduto sulla pista di Atlanta nel momento decisivo del derby nordafricano con Noureddine Morceli (e subito dopo re Hassan II gli aveva telefonato per confermargli il suo immutato affetto) e a Sydney carenti condizioni fisiche lo avevano costretto alla resa con Noah Ngeny, il kenyano che ballò solo un paio di estati, sufficienti però a cancellare a Rieti l’improbo record mondiale del chilometro di Sebastian Coe. I Giochi avevano preso le sembianze di un terreno maledetto, di un paradiso proibito per chi si era impadronito con lievità e calligrafia dei limiti sui 1500 e sul miglio con prestazioni che tengono solide dopo che sono passati 15 e 14 anni dai suoi acuti all’Olimpico romano. El Guerrouj era un kaid, un padrone (in 87 gare, solo tre sconfitte) che perdeva il bastone del comando nel’occasione più gloriosa, e non per quella malaria dell’anima che si chiama tremore.  

Ad Atene Hicham si era imposto una missione difficile: a ottant’anni d distanza dall’impresa che Paavo Nurmi consumò nel giro di un paio d’ore, conquistare finalmente il titolo dei 1500 e compiere un raid vittorioso sui 5000. Quella sera qualcuno tremò quando, dopo aver fatto alzare progressivamente il numero dei giri, si ritrovò vicino ai talloni Bernard Lagat, al tempo ancora kenyano e capace di piegarlo prima dell’appuntamento ateniese al Letzigrund in una gara dai ritmi furibondi, per entrambi chiusa sotto i 3’28”. Tenne, vinse di 12 centesimi e in una foto pare abbia quattro braccia alzate verso il cielo: seminascosto, esulta il finisseur portoghese Rui Silva che, terzo in cotanto senno, finì per salire sul podio. Quattro giorni dopo, il capolavoro sui 5000, piegando in un infinito finale Kenenisa Bekele e Eljud Kipchoge. Lo stesso podio di Parigi 2003 ma con radicale mutamento dei piazzamenti.

Giorgio Cimbrico



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