Una storia al giorno

20 Agosto 2013

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

 

20 agosto. Usain Bolt è un orologio giamaicano. 16 agosto 2008, Pechino: 9”69; 16 agosto 2009, Berlino: 9”58. Cinque anni fa, Pechino: 19”30; quattro anni fa, Berlino: 19”19. Una bella serie di regali di compleanno: le prime scintille del Lampo risalgono al 21 agosto 1985 quando dallo spazio arrivò una cicogna di titanio con un fagotto di un tessuto mai visto.

Natural born runner sui 200, la distanza che lo spedì negli azzurri spazi sin dall’adolescenza (20”13 a 17 anni, 19”93 a 18), UB corse la finale mondiale e berlinese come una prova a cronometro. Gli altri non contavano, non esistevano, lontani, chiusi nella dimensione dei 20” o poco meno, delle prestazioni nella norma: rivedere quel foglio gara, anche in formato telematico, dà l’idea di quel che avvenne. Il panamense Edward a 62 centesimi, l’american Spearmon a 66. Vale la pena di ricordare che il quarto e il quinto, Crawford e Mullings, hanno vissuto momenti nero-doping.

Quella sera, all’Olympiastadion, Usain corse a perdifiato: aveva une meta o forse si sentiva ancora troppo vicino a chi lo aveva preceduto (Michael Johnson 19”32) e voleva lasciare un segno profondo come quelle linee che corrono su un altopiano della Bolivia e sembra siano i segni tracciai da vecchi ET che venivano dalle stelle. Un inseguimento, un galoppo che avrebbe messo in ambasce uno di quei purosangue che finì per sfidare Jesse Owens, un’impresa da Mercurio che, come è noto, andava squalificato perché portava le ali ai piedi e lui, all’apparenza, no. A meno non siano mimetizzate da scarpe che portano il nome di un felino di montagna.

Usain corse, guardò il cronometro, si stese a terra come aveva fatto dopo aver volato nel Nido d’Uccello e mentre lui danzava per il mondo iniziavano riflessioni lampo. Ad esempio che, con un generoso cronometraggio manuale, ai vecchi tempi gli sarebbe stato elargito un 18”9 che non pare proprio un tempo su quella distanza. E le sensazioni rimasero vive, brucianti quando, qualche tempo dopo, chiacchierando del Lampo con Livio Berruti, il vecchio campione si rese conto che lui, nel suo migliore formato, quello espresso il 3 settembre 1960 (oro olimpico e record del mondo ancora eguagliato in 20”5) avrebbe accusato, palmo più palmo meno, sedici (16!) metri di distacco. Che è esattamente quel che capitò ai lontani piazzati della finale di quattro anni fa.

I 200 rimangono nel suo cuore. Ne parla spesso e scalda un obiettivo: “Prima di chiudere, scendere sotto i 19 secondi”. Sarebbe bene informarlo che il professor Carlo Vittori ha pronto da anni un semplice calcolo: raddoppiare il record personale sui 100 e sottrarre 20 centesimi. Nel caso di Usain fa 18”96. Sulla carta, missione già compiuta.

Giorgio Cimbrico



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