Una storia al giorno

06 Agosto 2013

Personaggi e vicende dell'atletica di sempre

 

6 agosto. Domenica, benedetta domenica. La colonna sonora è quella di quel gran film con Peter Finch e Glenda Jackson (l’aggettivo, in quel caso, era maledetta): soave sia il vento, da Così fan tutte di Mozart. Fu molto soave, per l’Italia, in quella indimenticabile parentesi di caldo secco e sole pieno, attorno e dentro l’Ullevi di Goteborg, in quella che i francesi, amanti delle etichette un po’ gonfie, avrebbero chiamato la gloriosa giornata. Le ore di Michele e di Fiona.

Tutto cominciò nel primo pomeriggio, con la 20 km di marcia. I cinesi dai passetti affrettati venivano da tempi sensazionali: Bo venne squalificato, Chen si squalificò da solo, schiantato dalla fatica. Didoni, che in mezzo a tanti emaciati, sembrava un Ercole, domò tutti quanti: il piccolo Massana arrivò a 24”, Shennikov a 2’ abbondanti. Erano le 15,20 e nel tendone - sotto la voluta in cemento dello stadio che ha ospitato molte cose, a cominciare dal dribbling diavolesco di Garrincha – Pietro Pastorini, con il suo viso da vecchio marinaio, aprì la chiusa delle lacrime che corsero tra quei solchi. “A questo punto, potrei anche morire”. Era uno dei suoi ragazzi, uno dei suoi figli, tolto dalla strada di Quarto Oggiaro e portato su altre strade, un magnifico out-sider che fece ricchi quelli che allungarono qualche corona sul suo nome.

Tutti, là sotto, eravamo molto felici e cercavamo di raccogliere molti buoni appunti anche perché Michele era proprio un bel soggetto: simpatico, disponibile, intelligente, diverso, imprevedibile, lontano da ogni stereotipo. Ma intanto il tempo passava e qualcuno, con educazione, sottovoce, cominciava a mormorare che sarebbe stato meglio mollare Michele e tornare in tribuna perché stava per cominciare il lungo. Andò così: commiato, un appuntamento per il giro dopo (non c’era Facebook o Tiwitter a disseminare lo spazio di cosiddette notizie…), un ritorno ai nostri posti per seguire sul monitor o con il binocolo perché la pedana era quello che correva lungo l’altro rettilineo, nella luce piena.

E siccome immaginiamo che sappiate come andò a finire, non resta che tornare a quel che accadde ancora in quel meraviglioso tendone che sembrava la grotta di Aladino, quando scendemmo per chiacchierare e per esultare con Fiona May che, da quel momento, chiamammo la nostra Azzurra Aida. Dopo l’eurobronzo dell’esordio italiano, un anno prima a Helsinki, ora aveva fatto il colpo grosso: il titolo mondiale e globale, con 6,98, sulla pedana magica che sarebbe diventata incantata grazie ai rimbalzisti Jonathan Edwards e Inessa Kravtes.

Rileggere, comunque, regala sempre ricordi che sembrano novità. Come il quinto posto di Valentina Uccheddu, due centimetri davanti a Jackie Joyner Kersee (ammessi in questo caso i punti esclamativi), come la presenza (e la seconda posizione) di Niurka Montalvo che quattro anni dopo, a Siviglia, avrebbe trasformato Aida in una furiosa Carmen.

Giorgio Cimbrico



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