Una storia al giorno

20 Luglio 2013

Vicende e personaggi dell'atletica di sempre

 

20 luglio. “Quello che mi colpì, fu il rispetto che gli avversari ebbero per me e quando andammo a schierarci per la partenza, qualcuno mi domandò dove volevo mettermi”: così Emil Zatopek raccontava l’inizio delle sue quattro fatiche olimpiche e finlandesi: presero il via in un oggi del 1952 con la finale diretta dei 10000, la distanza che lo vide collezionare 38 successi consecutivi dal ’48 al ’54.

In realtà il primo capitolo del suo Kalevala (la grande saga del nord) non riserva molte cose da raccontare. Emil andò via dopo sei giri assestando distacchi ciclistici: Alain Mimoun franco-algerino (amico fraterno del ceko e scomparso il 27 giugno a 92 anni) argento a 16”, Aleksandr Anufryev sovietico a 30”. Chi (il finlandese Posti, il britannico Sando, lo svedese Nystrom)  seppe seguirlo a debita distanza raccolse un pregevole approdo sotto i 30’.

Il  22 luglio la formalità delle batterie dei 5000 e, due giorni dopo, la finale, lanciata su ritmi violenti dal tedesco Schade, rilevato di quando in quando da Zatopek. La corsa visse il suo momento più alto e drammatico dopo la campana: l’attacco improvviso del giovane britannico Chris Chataway sorprese Emil che perse cinque metri riuscendo però tornare sotto all’ultima curva. A quel punto Chataway cadde inciampando nel cordolo, Emil diede lo strattone decisivo seguito a poco più di un metro da Mimoun e da Schade che venne trascinato a tempi di rilievo. Un finale così drammatico non si vedeva ai Giochi dal tempo del confronto, a Stoccolma 1912, tra Kohlemainen e Jean Bouin, ma con un elemento nuovo: il 58”1 del ceko sull’ultimo giro. All’epoca, ritmo vertiginoso. Era nato un nuovo mezzofondo e il fenomeno aveva visto la luce proprio nella terra dei grandi iniziatori, nei Giochi che avevano avuto il vecchio Nurmi come ultimo tedoforo.

Esiste una foto di questa finale indimenticabile, drammatica come un grande quadro, spietata come sanno esserlo solo le grandi istantanee: tutti e tre gli uomini che si stanno giocando le medaglie hanno la bocca spalancata e Chataway caduto è una macchia bianca che appena si intuisce . E di foto ne esiste un’altra: stretta in un modesto impermeabiluccio (un’estata agra e fredda fu quella offerta da Suomi), Dana sta per stampare un bacio sulla bocca di Emil. E questa è stata scattata il 27 luglio dopo che lui, cavallo e locomotiva, ha deciso di correre anche la maratona, la sua prima maratona, e se lui corre è per vincere, per ricevere dai 60.000 la scansione ammirata del suo nome: Zatopek, Zatopek, 2h23’03”, due minuti e mezzo sull’argentino Reinaldo Gorno che aveva inutilmente tentato di rinverdire la tradizione tracciata nel ’32 da Juan Carlos Zabala e nel ’48 da Delfo Cabrera.

Non esiste una foto di Emil che abbraccia la moglie dopo il quarto oro di famiglia, quello di Dana. “Non ebbi il coraggio di assistere alla gara: tomai al Villaggio e accesi la radio”. Fu una lunga attesa nella foresta di Otaniemi. Al sesto lancio Choudina varcò di un centimetro i 50 metri. Non bastarono: anche Dana aveva vinto. Era ricordando quei momenti che Zatopek amava regalare un ingenuo disegno: il suo autografo, il suo indirizzo di Praga, un omino che correva e una donnina che lo inseguiva brandendo un giavellotto. Il Socrate della corsa e la sua Santippe.

Giorgio Cimbrico



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