Un giorno, un'impresa

15 Luglio 2013

Appuntamento quotidiano con le storie dell'atletica

 

15 luglio. Se nel 1908 Dorando Pietri, usando parole sue, “conquistò e perse la vittoria”, esattamente 101 anni fa, a Stoccolma, poco prima del trionfo di Jim Thorpe “Sentiero Luminoso” nel decathlon, Francisco Lazaro perse la vita. Francisco era portoghese, aveva 21 anni, faceva il carpentiere e toccò a lui portare la bandiera del suo paese, alla prima partecipazione, nella cerimonia inaugurale: con 28 nazioni e 2490 atleti l’Olimpiade del ’12 aveva battuto ogni record, sarebbe stata giudicata come la migliore edizione sino ad allora organizzata finendo per staccarsi dall’ambito di fiere, esposizioni e pericolose baracconate. Raccontano che de Coubertin ne fosse molto felice e orgoglioso: la creatura finalmente si reggeva sulle proprie gambe.

Lazaro, che quell’anno aveva vinto tre titoli nazionali su strada, faceva parte del gruppo che prese il via in una giornata caldissima (un leit motiv nelle maratone dei primordi olimpici) e che vide subito prendere la testa Tatu Kolehmainen, il più anziano della dinastia finlandese. I sudafricani Christopher Gitsham e Kennedy McArthur (che conquistò la medaglia d’oro e di lì a poco fu onorato dalla natia Irlanda) lo marcarono senza pietà sino a quando Tatu, stravolto dal calore, venne costretto alla resa.

Il dramma del portoghese si consumò poco dopo: esausto, si arrese attorno al 30° chilometro e le sue gravi condizioni consigliarono un ricovero immediato. Nella notte tra il 14 e il 15 luglio spirò, secondo il referto medico per l’insorgere di una meningite fulminante, portata da un esaurimento dovuto al caldo. Ma, secondo altre fonti, il povero Lazaro – che, con un tragico gioco di parole, scomparve senza risorgere – spaventato dalle condizioni che si annunciavano, si era cosparso il corpo di cera per evitare ustioni. La patina impedì una normale traspirazione portandolo al collasso mortale.

La figura di Francisco fece in fretta a transitare dalla tragedia all’amore della gente, trasformadolo in una sorta di martire dello sport e ispirando lo scrittore José luis Peixoto per “Il cimitero de pianoforti”. A Lisbona gli fu intitolata una strada e il Benfica, la squadra del quartiere dov’era nato, gli dedicò lo stadio de la Luz, precedendo quanto avrebbero fatto Parigi e Marsiglia per un altro grande protagonista di Stoccolma, Jean Bouin, caduto nel primo inverno della Grande Guerra. 

Giorgio Cimbrico



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