1 luglio. E’ il 52° compleanno di Carl Lewis, che è non mai stato primatista del mondo dei 200 e del lungo, che lo è stato dei 100 soltanto dopo la caduta luciferina di Ben Johnson, che ne ha ottenuti diversi nella 4x100, che è stato uno dei più grandi. Alcuni dicono Il Più Grande tutto maiuscolo e sul banco delle testimonianze e sul tavolo delle prove documentali possono esser posti i nove ori olimpici (con i quattro consecutivi nel lungo, come Al Oerter il discobolo del tempi moderni), gli otto titoli mondiali, la più grande sconfitta della storia (un misero stilema porta a dire e a scrivere: è il caso di ricordare che saltò 8,91 oltre a disegnare altre mirabili parabole?), la sua disponibilità a gareggiare semplicemente perché ne aveva voglia e così non si chiudeva in nessuna torre, tantomeno d’avorio, per mantenere quel dato asettico che si chiama imbattibilità.

Carl è un album di immagini: rockstar per un disco o poco più, in posizione di start con tacchi a spillo (la potenza non è nulla se non hai il controllo: lo slogan pubblicitario si è trasformato in classico, in adagio), attore in un film horror ambientato in una base antartica, creatore di linee d’abbigliamento e di materiale sportivo (quella tuta simil smoking o tuxedo era proprio orribile), tentato dal cursus honorum della politica, padrone di imprese mirabolanti, capobanda di un gruppo di cavalieri del sogno: Everett l’efebo, Steve Lewis il piedone, Marsh e Burrell i magnifici scudieri. Lewis come Di Caprio, l’Aviatore: quelle 10 yards di lungo, nullo per un’unghia, terremotarono cuore e cervello di chi era presente a quel volo librato, da paragonare al primo decollo del trabiccolo dei fratelli Wright.

Ha riempito la vita di chi è stato a guardarlo, ad ammirarlo: quindici anni di calligrafie, di momenti apollinei, di avversari sempre battuti (Larry Myricks con lui non ce l’ha mai fatta) e stupefatti. “E’ stato come tornare bambini quando andavamo a veder passare i treni”, disse Linford Christie, quarto in fondo alla gara di Tokyo che lui, il Divino, il Figlio del Vento, vinse in 9”86 bruciando i dieci metri tra i 70 e gli 80 in 83 centesimi e gli ultimi dieci in mostruosi 86. Picchi da 43,300 orari, superati solo da Usain Bolt, 44,700 a Berlino, il momento più accecante di quelli concessi dal Lampo. Troppo accecante per Carl, che concesse una coda di sospetto, una zona d’ombra in cui era finito anche lui, il paladino dello sport pulito.

Non cercava record da scolpire sul frontone del tempio. L’avesse fatto, avesse preparato exploit lavorando in altura, cosa avrebbe combinato? 9 metri di lungo, 9”70 sui 100, 19”50 sui 200? Probabile, possibile. Le iperboli sono affascinanti quanto le favole dei giganti, dei titani. Uno dei momenti più alti e coinvolgenti (che in questo caso fa rima con commoventi) è legato al Grande Slam del lungo (quattro medaglie in quattro edizioni successive), strappato ad Atlanta, a 35 anni. Lui, che spesso amava assumere atteggiamenti da sfinge, pianse rivelando sino in fondo cuore e anima, tornando quel bambino pieno di volontà (ma apparentemente non molto dotato) che venne elogiato da Jesse Owens che, come lui, veniva dall’Alabama.

E’ stato un fedele e assiduo compagno di viaggio nell’eterno pellegrinaggio dell’atletica e del suo mondo, globale da sempre. Quando decise di averne abbastanza, venne naturale dire e scrivere che l’avremmo rimpianto, che l’avreste rimpianto.  

Giorgio Cimbrico

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