Un giorno, un'impresa

23 Giugno 2013

Appuntamento quotidiano con le storie dell'atletica

 

23 giugno. Alle 17,40, ora media della costa orientale degli Usa, le 23,40 in Italia, Pietro Mennea perse il record mondiale dei 200: il 19”72 messicano del 12 settembre 1979 era andato avanti nel tempo per 16 anni, 9 mesi, 11 giorni. Sino a quel momento era stato Mike Marsh a minacciarlo più da vicino: il 19”73 nella semifinale di Barcellona ’92 destò un enorme ohhh di stupore, forse di delusione per l’occasione svanita. In finale Marsh piegò di stretta misura Frankie Fredericks rimanendo per un centesimo sopra i 20”.

La riga d’agenzia arrivò da Atlanta dove gli americani si stavano disputando un posto per i Giochi ’96 che la capitale della Georgia avrebbe ospitato di lì a poco più di un mese. Il nuovo padrone era Michael Johnson, detto l’Espresso di Waco, Texas, passato alla storia per una lunga serie di imprese e per un’imponente collezione di medaglie e privo della calligrafia espressa da Livio Berruti e da Tommie Smith, rimanendo a vecchi ineguagliabili modelli. Neanche il povero Pietro era un mostro di eleganza ma aveva una corsa ricca di ardore, fiammeggiante di passione. MJ avanzava come su un tappeto mobile molto accelerato: busto eretto, rigido, e in basso quella che appariva come una successione di passi dalle ampiezze che non prevedevano stivali delle sette leghe.

L’agenzia diceva che con vento regolare Johnson aveva corso in 19”66, sei centesimi meglio della nostra povera Freccia. Dopo, vennero i particolari: un pomeriggio molto caldo, 35°, ma con umidità relativa, poco sopra il 405, un vantaggio di quasi quatto decimi sul secondo, Jeff Williams, una scomposizione con parziali sorprendenti: 10”26 sui primi 100, 9”40 sui secondi, in un crescendo strabiliante. In semifinale, il giorno prima, Mennea era stato risparmiato per il vento illegale che aveva aiutato i 19”70 dell’Espresso.

Il 1° agosto, stesso stadio, stessa curva, stesso rettilineo, oro olimpico in palio, Michael avrebbe strapazzato se stesso: l’Atlanta Examiner riassunse con un titolone onomatopeico: Swoooosh. Come quando una macchina passa lasciando una scia nell’aria: “Correvo e mi rendevo conto che mai nella mia vita avevo corso così velocemente”. Proprio così: Michael filò più forte in curva (10”12 in 48 passi) e guadagnò due decimi secchi anche sul dritto: 9”20. Pietro retrocesse al terzo posto nella lista all time: Frankie Fredericks, sovrano dei piazzati, finì secondo in 19”68. ll totale di MJ offriva uno stordente, irreale 19”32 che qualcuno, in quei moment, si affrettò a battezzare come destinato a rimaner infisso molto a lungo nelle tavole della legge. In realtà, solo 12 anni, sino all’Usain Bolt in versione pechinese, prima che quello in versione berlinese regalasse una vertigine ancora più violenta.

Giorgio Cimbrico



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