Sulle note dell'atletica

29 Febbraio 2016

Nel giorno dell'Oscar al maestro Ennio Morricone, abbiamo immaginato la sua musica come colonna sonora di alcuni momenti della storia dell'atletica


 

di Giorgio Cimbrico

A palmi, Ennio Morricone ha scritto tanta musica quanto un altro grande prolifico, Franz Joseph Haydn che, per limitarsi alle sinfonie, ne lasciò 104. Il Maestro romano, nato nell’anno delle Olimpiadi di Amsterdam, ha lavorato nell’arcipelago sterminato del cinema: giallo, spaghetti western, bellico, psicologico, commedia, storico, epico, horror, biografico.E così, mentre lui stringe nelle mani il suo secondo Oscar (il primo, alla carriera, nel 2007; questo arriva per “The Hateful Eight”, di Quentin Tarantino, suo sconfinato ammiratore sin dal tempo di “per un Pugno di dollari”) viene la voglia di uno di quei giochi che piacevano tanto a un grande italiano che se n’è andato pochi giorni fa, Umberto Eco, l’unico in grado di mischiare i generi, le culture senza immiserire, involgarire per ottenere una capacità di pensiero, di esposizione più sfaccettata di un diamante tagliato alla perfezione.

Il gioco è immaginare Morricone impegnato a navigare tra le isole di un altro arcipelago, quello dell’atletica scegliendo una, due, tre, tante delle sue colonne sonore, legandole a uno di quei momenti che è scontato chiamare di gloria, ma mica solo quelli perché – e si può anche partire… – quel che lui compose per “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, con quella sua ripetitività ossessiva, è la miglior “colonna” per la notte di Seul, quella dello smascheramento e della caduta agli inferi di Ben Johnson. Ma proprio per quel suo ritmo cosparso di sospensioni, di interrogativi sonori, può anche essere perfettamente accostata alla più famosa falsa partenza della storia, quella che mise fuorigioco Usain il Magnifico a Daegu.

La musica di “Queimada”, opera di Gillo Pontecorvo sugli orrori del colonialismo e del razzismo con un bico Marlon Brando, va a sovrapporsi al podio di Mexico City. Verrebbe da dire che si adatta come un guanto, già, proprio come quelli indossati da Tommie Smith e John Carlos. “Abolicao, abolicao, cantavano gli schiavi liberati, la stessa rivendicazione offerta al mondo dai due uomini con le ali ai piedi.

Spesso Morricone ha saputo offrire squarci di puro classicismo usando la forma della cantata, della sinfonia, del concerto. E’ per oboe quello contenuto nella colonna di “Mission”, che alterna nel suo svolgersi ritmi martellanti e liturgici. La parte riservata a quel dolcissimo strumento a fiato riporta a parabole disegnate nell’aria da corpi in ascensione, proposti e riproposti in un “rallentato”: il duello praghese tra Sara Simeoni e Rosemarie Ackermann è antecedente a quella composizione ma fondere è permesso e risulta così suggestivo dallo sfociare nel commovente.

Morricone fu legato a Sergio Leone e viceversa. La tensione sonora per il duello finale de “Il Buono, il Brutto e il Cattivo” è quel che vuole per un faccia a faccia da teste fredde e cuori frementi: qualche mese fa Bolt era Clint Eastwood, Gatlin era Lee Van Cleef. Come sono andati a finire gara e duello cinematografico è noto. E l’amplissimo respiro che EM ottenne per il tema centrale di “C’era una volta il West”, un altro capitolo della sua collaborazione con Leone, si adatta a pagine assolute, scandite da meravigliosi “crescendo”: l’assalto e l’irruzione di Roger Bannister oltre le colonne d’Ercole dei 4’ nel miglio o la doppia galoppata romana di Hicham El Guerrouji.

L’opera di Morricone è finita nella testa e nell’archivio che ognuno di noi riesce a conservare malgrado l’assalto di diavolerie sempre più sofisticate. “Scion, scion”, uno dei temi di “Giù la testa” non possiamo che legarlo ai lontani giorni dell’estate del ’71, l’anno dell’uscita del film, l’anno dell’apparizione di un “dinamitero” pari a quello interpretato da James Coburn: Marcello Fiasconaro.

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