Straripante Howe, oro con record (8,30)




 
Ad un certo punto, all'appello mancava solo lui. E allora, Andrew Howe ha pensato bene di darsi una scossa, ed estrarre dal cilindro il classico coniglio. Un solo salto da campione d'Europa, ma un salto di quelli che fanno epoca: 8,30, record italiano assoluto (superato l'8,26 di Giovanni Evangelisti, Lievin 1987), medaglia d'oro europea. Senza limiti, come solo i grandi campioni sanno fare, ma che sofferenza. La classifica metteva Howe al quarto posto a quel punto: quattro salti, una vera e propria caccia allo stacco giusto, con risultati però decisamente discutibili (7,89; 7,90; 7,87; 7,79). Fino all'attimo vincente, il tocco magico dell'artista: una rincorsa finalmente fluida, una battuta buona, ed un volo lungo, anzi, lunghissimo, 8 metri e 30 centimetri. Gara chiusa, tutti praticamente a casa (argento al greco Tsatoumas con 8,02, bronzo al francese Sdiri, 8,00), mentre Andrew dava sfogo ad una esultanza incontenibile, che ha ricordato quella di Grosseto 2004, quando si laureò campione del Mondo Junior. "Ma qui ho sofferto anche di più - le parole del fenomeno dell'Aeronautica Militare - due giorni di vero e proprio buio. Quando ho visto mia madre che stava per mettersi a pingere dopo quel 7,79, ho detto a me stesso: cerca solo di correre e prendere quella maledetta tavoletta. prendi quella tavoletta. Cosa che mi è riuscita in pieno: la rincorsa era veloce come volevo io, ma soprattutto sono riuscito a caricare, "salire" verso l'alto come serve per andare molto lontano. Una sofferenza bestiale". La preparazione fisica, in realtà c'è tutta. "Ma certo, il fatto è che io, devo ripeterlo ancora una volta, non ho preparato questa gara, quindi tecnicamente sono indietro. La rincorsa è stato il problema centrale di questi due giorni. Ma ho lavorato bene, molto bene. Pesi, resistenza alla velocità, tutte cose che mi ritroverò quest'estate". Il retroscena delle scarpe va raccontato: "In qualificazione ho saltato con quelle di Goteborg. Ma si sono rotte, la zip è andata, e non ne avevo un paio di ricambio. Allora sono andato in giro per Birmingham per trovarle. Mi hanno portato fino ad un grande magazzino a più di mezz'ora di macchina fuori città. Del mio numero, c'era solo l'ultimo paio". Un segno del destino? C'è chi ci crede. Marco Sicari


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