Remigino, quell’oro sul filo di lana

12 Luglio 2018

All’età di 87 anni è scomparso lo sprinter statunitense, campione olimpico a Helsinki ’52 nella finale dei 100 più equilibrata di sempre


 

di Giorgio Cimbrico

Lindy Remigino se n’è andato a 87 anni: rimarrà per sempre il piccolo-grande uomo che ha avuto la meglio nella più equilibrata e serrata finale olimpica dei 100, quella del ’52 a Helsinki. Tra il primo e il quarto, 36 centimetri; tra il primo, lui, e il secondo, Herb McKenley, un pollice, due centimetri e mezzo. Remigino rappresenta il contrario del tempo dei social, in cui tutto vola immediato. “Non telefonai nemmeno a casa: ci davano un dollaro e tre quarti al giorno e chiamare Queens dalla Finlandia era troppo caro”.

La storia di Lindy (così chiamato da papà Stefano in onore di Charles Lindbergh, l’Aquila Solitaria che aveva volato dall’America a Parigi senza scalo) è un cocktail di bizzarro, casuale, clamoroso. Nell’avvicinamento ai Giochi, finì quinto ai campionati Ncaa e non raggiunse la finale ai campionati dell’Associazione Atletica, ma una serie di infortuni a catena, a cominciare da quello del campione universitario Jim Golliday, gli aprì la strada per conquistare un posto nella squadra per Helsinki: secondo ai Trials, senza che nessuno riponesse fiducia in questo ragazzo che non raggiungeva gli 1,70.

Nella semifinale olimpica si infortunò anche Arthur Bragg e a quel punto i favoriti erano il veterano britannico (di Trinidad) Emmanuel McDonald Bailey e il magnifico giamaicano Herb McKenley che, sulla via dei 400 (che ancora non avrebbe vinto...), aveva deciso di saggiare la sua velocità. di base, centrando un record tuttora imbattuto: conquistare una corsia nelle finali olimpiche di 100, 200 e 400.

È a questo punto che entra in scena Brutus Hamilton, capo allenatore degli Usa: “Ricordati, Remigino: gli americani vincono sempre i 100”.

Non era vero (il sudafricano Reggie Walker nel 1908, il britannico Harold Abrahams nel 1924, il canadese Percy Williams nel 1928), ma un tecnico deve appellarsi a qualcosa, specie quando la situazione è difficile. Gli rimaneva solo quel piccoletto e Dean Smith che alternava lo sprint ai rodeo ed era così bravo che divenne una controfigura di spicco, sino a cavalcare e di capitombolare, più tardi, al posto di Robert Redford.

Finale, 21 luglio 1952, su una pista in carbonella umidiccia: Lindy va via allo sparo, guadagna un metro su tutti, agli 80 ha ancora un buon margine “ma sento anche che comincio a calare”. E la muta si fa sotto. Quando il filo di lana (c’era ancora...) è sempre più vicino, sono in sei quasi su una linea. Tuffo finale. “Chi ha vinto? L’impressione è di non avercela fatta e così mi avvicino a Herb e gli dico: bravo. E gli metto una mano sulla spalla”. L’esame del foto-finish va avanti a lungo, poi un giudice gli dice “hai vinto tu” e sul tabellone appare il nome di Remigino. I giamaicani decidono di ricorrere: altro esame della fotografia, altri 20 minuti di attesa, sino al verdetto finale, sostenuto da un cronometraggio automatico non ufficiale: Remigino 10.4/10.79, McKenley 10.4/10.80, McDonald Bailey 10.4/10.83, Smith 10.4/10.84, Vladimir Sukharyev sovietico 10.5/10.88, John Treloar australiano 10.5/10.91. Il mucchio selvaggio.

In compagnia di Smith, del formidabile Andy Stanfield e del poliedrico Harrison Dillard (che si era finalmente preso l’oro nei 110hs), Lindy diventò campione olimpico anche della 4x100. Ha allenato 43 anni alla Hartford High School “e sino ai 42 anni non c’è stato un mio allievo in grado di battermi”.

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