Record, muri e meteore

06 Ottobre 2014

Augustinaviciute, Biryulina, Zaychuk e Povarnytsin: quattro storie da record (del mondo) finite presto in archivio

 

di Giorgio Cimbrico

E’ facile pensare che le barriere storiche siano la naturale riserva di caccia di campioni destinati all’immortalità, ai collezionisti di medaglie importanti. Non è sempre così. Queste vogliono essere le brevi storie di quattro ex-sovietici di diverse provenienze geografiche, di quattro muri storici superati, di quattro vicende dai limitati o modesti sbocchi o dall’esaurirsi della vena subito dopo quella solitaria esplosione. Largo alle donne.

Vilhelmina Bardauskiene Augustinaviciute, in tutto 38 lettere, ha tuttora il record mondiale per il nome più lungo: normale che la lituana, più conosciuta come Vilma, sia stata la primatista del mondo del salto in estensione. La soglia, che la Ddr Sigrun Siegl aveva fallito per un centimetro nel ’76, venne varcata da VB a Kishinev, Moldavia, nel Giorno del Saltatori: 7,07 al primo turno e a seguire un 7,07 ventoso e un 7,06 regolare. Era il 18 agosto 1978  e undici giorni dopo, nelle qualificazioni degli Europei, sulla collina praghese di Strahov, Vilma sbrigò rapidamente la pratica atterrando a 7,09. Il giorno dopo conquistò l’eurocorona con 6,88 ma due anni dopo, a Mosca, perseguitata dagli infortuni, non appariva nella lista delle partecipanti. Anche senza di lei le sovietiche se la cavarono benissimo: prima Tatyana Kolpakova e terza Tatyana Skachko.

La piccola e compatta Tatyana Biryulina, di ascendenze uzbeke, salì in scena a Podolsk, nello Stadio dei Sindacati: era il 12 luglio 1980 e l’Olimpiade di Mosca si stava avvicinando a grandi passi. Anche in questo caso alla misura storica era arrivata vicinissima un’atleta della Repubblica Democratica Tedesca, Ruth Fuchs, una delle più grandi giavellottiste della storia: 69,96 a Spalato a fine aprile. Il record, 70,08, con un progresso personale superiore agli 8 metri, venne al quinto turno, in una serie modesta: 63,48 la seconda miglior misura. D’altra parte, il giavellotto è spesso ricaduto nella categoria dell’aleatorio. Tredici giorni dopo, allo stadio Lenin, nella gara che assegnava l’oro olimpico, la sconosciuta salita alla ribalta chiuse con 65,08, sesta e staccata di tre metri abbondanti da Maria Caridad Colon, la cubana che aprì la tradizione caribica. Fuchs, infortunata alla schiena, fu costretta a dire addio al sogno del tris e finì ottava.

Ancora stadio Lenin, ma due anni prima, per un piccolo meeting nazionale: Boris Zaychuk, classe ’47, di nascita kazaka, è il protagonista di una gara brevissima: 80,14 al primo turno, 78,64 al secondo. Poi, basta: troppo felice per aver vibrato la prima martellata oltre gli 80 metri e aver riportato in patria un record mondiale su cui avevano messo le mani i tedeschi federali Karl Heinz Riehm prima e Walter Schmidt dopo. Riehm concesse a Zaychuk solo un mese scarso di regno ma non gli fu possibile sottrargli la primogenitura. Boris, nel frattempo diventato canadese, si fece notare molti anni dopo, ai Mondiali master di Riccione, scagliando a 61,96, record per la categoria dei sessantenni.

Se Donyetsk ha dato al mondo i prodigi di Sergei Bubka (in realtà nato a Lugansk, già Voroshilovgrad), la città ucraina al centro di fresche e sanguinose contese compare nelle “sacre scritture” dell’atletica per la prima ascensione a 2,40. Il volo venne offerto da Rudolf Povarnytsin, lunghissimo, dotato di uno straordinario pomo d’Adamo e proveniente dalla repubblica degli Udmurti. Era l’11 agosto 1985, lo stadio Lokomotiv ospitava la semifinale della Coppa dell’Unione Sovietica e Rudolf aveva un personale di 2,26 che portò 14 centimetri più in su dopo 13 salti, con 2,35 e 2,40 scavalcati alla terza prova. Ventiquattro giorni dopo, all’Universide di Kobe, il kirghiso Igor Paklin aggiunse un centimetro. Tra queste comete, Povarnytsin ebbe la coda più lunga: terzo ai Giochi di Seul, in fondo a una delle più grandi gare della storia, risolta a 2,38 da Gennady Avdeyenko che riunì nelle sue mani gli scettri mondiale e olimpico.

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Rudolf Povarnytsin



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