Munyai, un lampo nell'Olimpo dei 200

18 Marzo 2018

Il ventenne sprinter sudafricano, con il clamoroso 19.69 di Pretoria, è diventato il decimo uomo di sempre sul mezzo giro di pista. L’analisi statistica di tutti i crono sotto il 19.72 di Pietro Mennea.


 

di Giorgio Cimbrico

Con il 19.69 corso sui 200 il 16 marzo a Pretoria, 1271 metri sul livello del mare, il ventenne sudafricano Clarence Munyai ha migliorato molto largamente se stesso (41 centesimi), abbassato di un decimo e mezzo il record nazionale, 19.84, di Wayde van Niekerk l’anno scorso a Kingston, sfiorato il record africano di Frankie Fredericks (19.68 ad Atlanta, nella scia lasciata da Michael Johnson) e, per chiudere questo crescendo, estromesso dal club dei primi dieci di sempre il primatista europeo che in quelle zone nobili ha abitato da 12 settembre 1979. A quella presenza Pietro Mennea aveva abituato chi ha seguito i lunghi giorni della sua parabola e chi, più giovane, ha imparato a conoscerlo quando se n’è andato, il primo giorno di primavera di cinque anni fa.

Lui è l’unico di pelle chiara (“ma io sono nero dentro”, diceva estraendo uno dei suoi enigmatici sorrisi), l’unico europeo in un vertice dove trovano posto sei americani, due giamaicani, un namibiano, un sudafricano. Il più prossimo del Vecchio Continente è il savoiardo Christophe Lemaitre, 18° con 19.80.

VIDEO | CLARENCE MUNYAI 19.69 SUI 200 A PRETORIA

Da quel 12 settembre 1979 dieci uomini hanno fatto meglio, accumulando 35 prestazioni al di sotto del 19.72. In media, meno di una all’anno. È un’altra preziosa sfaccettatura del diamante estratto e ripulito dal barlettano durante la sua lunga disfida con il mondo. In linea teorico-virtuale, a Pechino in formato mondiale Pietro sarebbe finito secondo dietro un Bolt da 19.55 e davanti, per due centesimi, a un Justin Gatlin da 19.74.

In questa lunghissima parentesi che racchiude generazioni di campioni e una infinita sequela di scontri per titoli olimpici e mondiali, quel tempo rimane acceso come un faro. In grandi eventi, solo il Michael Johnson di Atlanta 1996 corse più veloce, trascinando Fredericks al suo climax. Poi venne Usain Bolt con la sua serie ininterrotta sulla distanza originaria più amata, con due record mondiali stordenti, con sei prestazioni tra 19.19 e 19.66, scandite da Pechino a Pechino. Cominciando a tirare le prime somme, il Lampo, capobranco della tribù che ha superato Pietro, è l’unico ad aver raggiunto la doppia cifra di tempi inferiori al record di Mennea. Tra parentesi il record personale.

Usain Bolt JAM 14 (19.19)
Justin Gatlin USA 4 (19.57)
Tyson Gay USA 4 (19.58)
Yohan Blake JAM 3 (19.26)
Michael Johnson USA 3 (19.32)
Walter Dix USA 3 (19.53)
Xavier Carter USA 1 (19.63)
Wallace Spearmon USA 1 (19.65)
Frank Fredericks NAM 1 (19.68)
Clarence Munyai RSA 1 (19.69) 

Con un’accoppiata di 19.72 dell’annata 2010, Walter Dix e Tyson Gay possono mettere a bilancio anche un pareggio con il più veloce azzurro di tutti i tempi. Al margine dell’aristocrazia, per un solo centesimo, rimarrà per sempre Mike Marsh che nella semifinale di Barcellona ’92 corse una mirabile curva e un eccellente rettilineo prima di offrire al pubblico di Montjuic una frenata negli ultimi quindici metri, salutata da un profondo sospiro di sbigottimento: 19.73. Il giorno dopo Marsh vinse la medaglia d’oro in 20.01 e il record di Pietro, già vecchio quasi tredici anni, continuò a occupare il vertice. Sino al 23 giugno 1996 e al 19.66 di Michael Johnson, detto l’Espresso di Waco che 39 giorni dopo, sulla stessa pista di Atlanta, spalancò la distanza a nuove dimensioni. Quel 19.32 non sembrava neanche un tempo sui 200, disse qualcuno in tribuna, provando un brivido dopo tanto caldo umido.

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