Mondiali Junior, l'ora dell'analisi



I numeri dicono che per noi si è trattato della più sfortunata edizione nella storia dei Mondiali juniores: peggio, decisamente peggio di Santiago del Cile 2000, che pure sembrava l’Anno Zero del nostro settore giovanile. Che sia un fatto preoccupante è banale dirlo, il problema vero è quanto preoccupante? COSA NON E’ ANDATO Una premessa da fare: non si può prescindere da un concetto fondamentale, e cioè che l’attività giovanile si basa su indici di “stagionalità”. Per movimenti “normali” come il nostro è inevitabile: abbiamo un livello medio che regge qualsiasi confronto, ma poi ci sono anni di vacche grasse e altri in cui al vertice non ti va bene quasi niente. Occorre quindi un censimento preventivo delle risorse disponibili. In termini generali si può dire che la classe ’87, ossia quella che doveva fornire energia propulsiva in questa esperienza, non ha espresso negli anni tutte le sue potenzialità e, d’altro canto, i ragazzi del 1988 hanno denunciato una certa comprensibile mancanza d’esperienza. Come abbiamo notato, l’Italia ha volontariamente rinunciato agli atleti delle classi ’89 e ’90, che avrebbero potuto essere presenti: si tratta di una scelta di metodo, assolutamente legittima, ma bisogna anche dire che è una scelta del tutto innovativa e anche controcorrente rispetto a tutti i movimenti ai quali dobbiamo fare riferimento, quelli dell’Europa Occidentale. Nessuna esperienza federale analoga alla nostra fa mai ragionamenti puramente “anagrafici” quando si tratta di selezionare la rappresentativa per un evento internazionale. Venendo al particolare, c’è pure da dire che le nostre potenzialità “stagionali” – quelle dell’anno di grazia 2006 - già non eccezionali in partenza, si sono trovate impoverite ancor più per fatti contingenti: possiamo citare il difficile recupero dopo il lungo infortunio di Maicol Spallanzani (ricordiamo che le prestazioni da allievo del pesista pordenonese erano ai vertici mondiali della categoria), e lo stesso discorso va fatto per Veronica Borsi e Leonardo Gottardo, che in Cina non sono neppure venuti. Anche nel loro caso, in termini ipotetici, si poteva parlare di atleti da finale. COSA SI PUO’ FARE La cosa più sbagliata è quella di drammatizzare questo risultato complessivamente più che deludente: daremo poi un’occhiata ad alcuni significativi riscontri in casa d’altri. Se si guarda alla storia, il problema del nostro movimento giovanile è sempre stato quello di dare continuità: non sono molti gli esempi di nostri atleti che hanno un percorso di crescita graduale e costante, fino al settore assoluto. E questo è sempre successo, anche quando le nostre liste stagionali delle categorie giovanili traboccavano di prestazioni eccellenti: parliamo del periodo tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’90, vent’anni nei quali il nostro movimento non ha espresso a livello assoluto neanche un decimo di quanto prodotto nel settore giovanile. Ora, se possiamo fare un rapporto, il settore giovanile nostrano – sul piano qualitativo e quantitativo – è di gran lunga più ridotto rispetto a 15 o 20 anni fa: in alcune specialità, come quelle del mezzofondo, si può parlare di un decimo e forse anche meno del potenziale di quell’epoca. Eppure anche ora - un periodo di vacche magre per tutta una serie di fattori, dalla natalità alla scuola - le nostre potenzialità relative (parliamo sempre in confronto ai movimenti assimilabili al nostro) sono in genere più che discrete tra i cadetti e anche con gli allievi, ma tendono poi a cadere con il settore juniores: il confronto è certo difficile, perchè la metodologia prevalente in casa nostra tende a non forzare la preparazione sotto il profilo tecnico e fisico. Per molti anni, addirittura, si è negata ogni connotazione agonistica alla categoria cadetti: buoni ultimi in Europa, solamente tre anni fa abbiamo avuto il coraggio di chiamare “campionati nazionali” la rassegna tricolore della categoria. Ed è ancora del tutto inesplorato il campo dell’immigrazione, che in Italia è ormai giunta ad una seconda generazione: altri Paesi hanno già sfruttato ampiamente, per ragioni storiche o per cura sociologica, le potenzialità offerte da questo fenomeno. Da noi, invece, è ancora molto scarsa l’attenzione dedicata addirittura ai ragazzi stranieri nati in Italia. Tenuto conto di tutto, sarebbe comunque ingeneroso ragionare sempre in termini di medaglie, per valutare un settore giovanile: anche con le attuali difficoltà di reclutamento, se si aumentassero i carichi di lavoro dei nostri giovani come in diversi angoli del mondo, il confronto agonistico non sarebbe così deficitario come appare dalle classifiche di Pechino. Ma la concezione corrente, e probabilmente condivisibile, è che “talento” non sia il ragazzo che viene portato a fare prestazioni mirabolanti in età giovanile, bensì quello che – avendo le giuste potenzialità: fisiche, tecniche e mentali – viene aiutato a crescere gradualmente. In pratica pare essere questa la filosofia del “Progetto Talento”: più che al settore giovanile è un intervento diretto all’atletica assoluta. Poi ci sono i “fenomeni”, ma ovviamente non sono realtà suscettibili di programmazione. CHI HA VINTO E CHI HA PERSO Fenomeni, appunto: il dato più eclatante di questi Mondiali riguarda l’Estonia. Il Paese baltico è diventato autonomo solo con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e ha partecipato a i Mondiali solo a partire dal ’94: in ogni caso, fino ad ora, aveva raccolto al massimo un 5° posto. A Pechino, improvvisamente, sono arrivati quattro ori tutti insieme: la doppietta peso/disco di Hunt, il successo nel triplo di Kare Leibak e quello nei 200 del sorprendente Marek Niit. Un esempio abbastanza chiaro del concetto della “stagionalità”: se qualcuno avesse voglia di dare un’occhiata alle cifre contenute nel dettagliatissimo annuario dell’atletica estone si accorgerebbe che il movimento giovanile di questo Paese, pur di nobilissime tradizioni sportive, consiste complessivamente in una frazione abbastanza trascurabile di ciò che esprime annualmente il nostro settore giovanile. Un paradosso sul quale riflettere. In negativo il dato più interessante è forse quello della Svezia: non foss’altro perchè stride con i fiumi d’inchiostro che si erano versati non più di una settimana fa, dopo i successi casalinghi negli Europei di Goteborg, sulla mirabile organizzazione degli scandinavi. Ebbene, sapete come è andata agli svedesi a Pechino? Nessun piazzamento tra i primi otto in campo maschile, e solo tre con le donne: miglior risultato, un 5° posto nell’immancabile alto femminile. E vogliamo parlare della Spagna, forse il Paese dell’Europa occidentale che più ha investito a livello giovanile negli ultimi 20 anni? La RFEA aveva cominciato a muoversi in grande già in prospettiva dei Giochi di Barcellona ’92 e poi ha insistito sulla stessa strada, dedicando eccezionali risorse all’atletica di base. Beh, a Pechino gli spagnoli tornano a casa non solo con zero medaglie, ma con soli quattro finalisti, due maschi e due femmine: miglior risultato, un 5° posto nella marcia. Eppure anche il movimento iberico, a giudicare dagli Europei di Goteborg, dovrebbe in ogni caso godere di ottima salute a livello assoluto: in Svezia ha vinto la bellezza di 11 medaglie, tre ori, tre argenti e cinque bronzi. Più in generale, nel medagliere trionfa la Cina (5-5-7): solo incidentalmente i padroni di casa vengono superati dal Kenya (6-6-3), che però fa affidamento su un solo settore, quello del mezzofondo, sia in campo maschile, sia in campo femminile. Inutile stare qui a discutere sull’annoso problema dell’età degli atleti africani: la stessa Iaaf ha cercato anni addietro di porre un limite all’arbitrio delle anagrafi locali, imponendo che la data di nascita risultante dalla prima iscrizione di un atleta ad una manifestazione ufficiale rimanga poi fissata agli atti e non possa più essere modificata. E’ una goccia nel mare, più che altro determinata da alcuni casi eclatanti del passato: qualcuno forse ricorderà il celebre fondista etiope Addis Abebe che era stato registrato con tre date di nascita diverse (intendiamo: anni di nascita diversi!) in tre diversi campionati, sul finire degli anni ’80. Ora c’è un’inchiesta ufficiale in corso su casi di falsificazione di documenti e attendiamo che faccia il suo corso. Per quanto riguarda le potenze tradizionali, gli USA (4-5-2) tengono botta a fatica, risalendo nel medagliere solo grazie alle vittorie nelle staffette (tre ori e un argento). Più consolidata la condizione della Russia (4-3-3), forte e competitiva in tutti i settori. Per quanto abbia vinto relativamente poco (1-2-2), ha fatto impressione la tenuta della Germania, che ha presentato veramente un’ottima squadra. In netto calo la Francia: i transalpini salvano la faccia nell’ultima giornata (1 oro con il triplista Compaorè e due argenti, negli ostacoli alti maschili e con le ragazze della staffetta veloce): ma fino a ieri il loro miglior risultato era un 5° posto. Per la potenzialità e le risorse del loro movimento giovanile si tratta di uno smacco non da poco. Fatica anche la Gran Bretagna (1-0-4), che grazie ai suoi coloniali conserva alcune roccaforti importanti, come la velocità maschile. Per i britannici il miglior piazzamento dell’intero settore femminile è un 4° posto nei 100 metri. Difficile per tutti rimanere a galla. Buoni, invece, i riscontri dei Paesi caraibici – soprattutto nei tradizionali bastioni di ciascun movimento – e anche i risultati complessivi dell’Europa orientale: non tante medaglie, ma molti piazzamenti da finale, soprattutto nelle specialità tecniche che sono meno battute dai talenti provenienti dal Sud del Mondo. Per tutti ci sarà tempo fino a Bydgoszcz, tra due anni, per insistere su una strada vincente o per cambiare rotta. Nel frattempo bisognerà già cominciare a pensare ai prossimi appuntamenti del settore: nel 2007 già incombono appuntamenti importanti, come gli Europei juniores di Hengelo e – per gli U.18 – i Mondiali allievi di Ostrava e l’EYOF di Belgrado. Raul Leoni In alto, le marciatrici azzurre; in basso, la staffetta 4x100 (Giancarlo Colombo per Omega/FIDAL) File allegati:
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