Liu Xiang, ostacoli nel cuore

07 Aprile 2015

Il primo oro olimpico della storia dell'atletica cinese ha deciso di congedarsi dall'attività agonistica. Una carriera condizionata dagli infortuni, ma che l'ha visto conquistare anche il record e il titolo mondiale dei 110hs.


 

di Giorgio Cimbrico

“Odio il mio piede, amo la pista e gli ostacoli. Se non mi fossi infortunato… Ma in questa storia non c’è posto per i se. E’ finita e basta”. Non lontano dai 32 anni, Liu Xiang dà l’addio a una vita in pista cosparsa di molte gioie e molti dolori. Due volumi, il primo di trionfi, il secondo di amarezze. Gli happy end non abitano a Oriente.

Al di là della vittoria ad Atene 2004 (prima medaglia d’oro cinese nell’atletica), del record del mondo eguagliato (e poi abbassato a 12”88), più che la vicenda l’essenza stessa di Liu può esser riassunta in quella mattina al Nido d’Uccello pechinese quando si chinò sui blocchi per le batterie. Il grande stadio, fasciato di acciaio plastificato, era colmo, nell’attesa di un miracolo, di una resurrezione: non avvenne l’uno né si materializzò l’altra. Allo sparo Liu prese il via e, come un purosangue senza lo straccio di una convinzione, rifiutò la prima barriera, tornò sui suoi passi zoppicando, infilò il boccaporto affacciato dietro la lina di partenza, scomparve nel ventre dello stadio. E dalle tribune, dalle curve, venne un non trattenuto lamento, seguito da un esodo di massa di chi era accorso per assistere al ritorno del meraviglioso dinoccolato di Shanghai.

Dieci metri e fu tutto: il tendine d’Achille è più delicato della corda di un violino. Fu una mattinata di lutto, in cui anche gli impassibili deformarono il viso, come nelle maschere del teatro ancestrale. Liu, la loro speranza, era svanito; Liu, il loro orgoglio, era finito dentro un’alluvione di lacrime.

Non si arrese e ricomparve a Daegu, tre anni dopo, in una delle più singolari e drammatiche finali, scandita dalla vittoria, che durò mezz’ora, di Dayron Robles, il guantanamero che aveva messo le mani sul titolo olimpico che doveva essere di Liu e che il pubblico di Pechino accolse con freddezza e silenzio. Nei pressi dell’arrivo, una violenta torsione del cubano, un pugno - involontario – a Liu in rimonta: il giorno dopo la falsa partenza di Usain Bolt, il Mondiale in quel gran nulla coreano offriva ancora scioglimenti drammatici. Robles venne squalificato, il titolo andò al treccioluto americano Jason Richardson e Liu ebbe in sorte un secondo posto (il suo ultimo podio) che destò qualche perplessità: ma se era stato così seriamente danneggiato, perché non dargli il titolo? O perché non proporre una ripetizione della finale?

Pervicace, volò a Londra olimpica e ancora una volta l’unica parte vulnerabile del guerriero che si lasciava trasportare dall’ira funesta, gli fu fatale: pochi metri, la resa e il rettilineo portato a termine, lentamente, accarezzando una per una le dieci barriere. Come in un’antica fiaba disegnata su carta di riso.



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