La new generation del dopo-Bolt

03 Luglio 2018

Una carrellata sui giovani rampanti dell’atletica mondiale: in tanti hanno fatto l’ingresso nella top ten di sempre in questa prima parte di stagione


 

di Giorgio Cimbrico

2018, attacco ai vecchi record mondiali, assalto alle antiche gerarchie. Chi si era avventurato in scenari di noia dopo l’autopensionamento di Usain Bolt, ha dimostrato di essere un pessimo aruspice. Attendendo quel che capiterà, ecco quel è capitato.

Pietro Mennea perde il record italiano dei 100 e viene estromesso dal club dei 10 migliori della storia. Il trio dei responsabili è formato da Pippo Tortu, 9.99 a Madrid, primo azzurro sotto il muro, dal sudafricano Clarence Munyai e dall’americano Noah Lyles, 19.69. Tortu e Munyai sono del ’98, Lyles (anche 9.89 e 9.88 nell’arco di un paio d’ore, impresa concessa a una mezza dozzina di fulmini) è del ’97.

Danny Everett, 43.81, esce dalla top ten, rilevato da Michael Norman, 43.61 nelle finali Ncaa. Anno di nascita, 1997. Norman ha esordito nella stagione europea portando ancora la maglia giallorossa di Usc e offrendo subito un saggio: 19.84 a Parigi. Stupore? Non tanto. Due anni fa, ai Mondiali under 20 di Bydgoszcz, aveva vinto i 200 in 20.17. Ora, attesa per la sfida con Lyles sulla velocissima pista della Pontaise, a Losanna.

Angelo Taylor, due volte campione olimpico, e Bershawn Jackson abbandonano la cerchia dei grandi, rilevati da Abderrahman Samba (1995, il più vecchio della nouvelle vague) e da Rai Benjamin, 1997. Il qatarino di nascita saudita e di radici mauritane è andato a minacciare il 46.78 di Kevin Young, è diventato il secondo della storia a scendere (di due centesimi) sotto i 47 (“a questo punto, tutto è possibile”, le prime parole dopo aver passato il traguardo a Charléty) e si è lasciato alle spalle il sacerdote delle barriere basse, Edwin Moses. Che era stato uguagliato ai campionati Ncaa da Benjamin, nato e cresciuto a New York ma atleta di Antigua e Barbuda. Dopo il 47.02 di Eugene, Rai, Trojan come Norman, ha preferito per la prima gara da pro i 200 raccogliendo 19.99 a Parigi, a un metro e qualcosa dal compagno di college. La distanza che era finita in un lungo letargo si è risvegliata come un orso affamato: Karsten Warholm, 1996, campione del mondo a Londra in 48.35, è sceso, sulla scia di Samba, prima a 47.82, poi a un centesimo di meno e Kyron McMaster, 1997, Isole Vergini Britanniche (squalificato in batteria ai Mondiali) ha raggiunto Fabrizio Mori a quota 47.54.

Metter da parte l’8,71 indoor di Sebastian Bayer, significa ammettere Juan Miguel Echevarria tra i primi dieci dopo l’8,68 che il cubano ha centrato a Bad Langensalza, in un piccolo meeting tedesco. Juan Miguel, nato l’11 agosto 1998, è il più giovane nel club esclusivo presieduto da Mike Powell che comincia ad avvertire sapore di minaccia.

Ingresso nell’élite per Sydney McLaughlin che raggiungerà i 19 anni il 7 agosto. Con il 52.75 di Knoxville, la ragazza del New Jersey ha estromesso la più che sospetta greca Fani Halkia, campionessa olimpica a Atene 2004 dopo progressi ravvicinati e fragorosi, positiva quattro anni dopo a Pechino e squalificata per due anni.

Stesso anno di nascita, il 1998, per Salwa Eid Naser, vicecampionessa mondiale, di mamma nigeriana e bahrainiana dal lato paterno, quattro vittorie di fila in Diamond League e record personale portato di forza a 49.55, al soffio di tre centesimi da chi guida la stagione: la bahamense Shaunae Miller-Uibo e l’americana Shakima Wimbley.

Il più giovane di tutti, quasi un millennial (10 novembre 1999) è Armand Duplantis, svedese per parte di madre, sbocciato in Louisiana. La sua ascesa abita nelle cinque misure con cui ha disseminato questi mesi: in ordine cronologico, 5,92-5,93-5,86-5,91-5,90. I 6,00 prima dei 19 anni sono l’obiettivo, così come un paio di corone, quella mondiale junior e quella europea assoluta.

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