Ghebreslassie, l'oro giovane d'Eritrea

22 Agosto 2015

A Pechino, il non ancora ventenne maratoneta è diventato il più giovane campione del mondo in una prova disputata su strada

di Giorgio Cimbrico

La prima volta è sempre una commozione, specie quando a vincere è un piccolo atleta di un piccolo e povero paese. E così, mentre Ghirmay Ghebreslassie, entrando nel Nido, va a cercare una bandiera dell’Eritrea (gliela porge un gruppetto festante, appostato sulla parte più bassa della tribuna), viene in mente un’altra mattina calda e umida di quasi vent’anni fa, ad Atlanta, quando Jefferson Perez vinse la 20 km di marcia e divenne il primo campione olimpico dell’Ecuador. Nel boccaporto, in attesa che lui passasse, due giornalisti si erano messi addosso, come un mantello, la bandiera con il condor e piangevano sommessi. E altre immagini possono esser riesumate: quelle di Bikila sul selciato romano, nella notte appena caduta, illuminata dalle fiaccole: la prima medaglia dell’Etiopia, il primo apparire dell’Africa. Più di mezzo secolo dopo, un altro affacciarsi. E a Pechino, poche ore fa, un’altra Africa, quella australe del Lesotho, un tempo Swaziland, ha rischiato di far saltare il banco prima che la crisi ghermisse con i suoi artigli Tsepo Mathibelle, conosciuto anche come Ramonene.

Ghebreslassie, con il suo piccolo corpo all’osso e con quel nome terribilmente importante, è il più giovane campione del mondo in una prova disputata su strada: farà vent’anni a metà novembre e prende il posto di Zersenay Tadese nell’Olimpo del paese del Corno d’Africa, primo nucleo dell’effimero impero italiano. Tadese, grande specialista della mezza maratona, aveva donato al paese nato soltanto nel ’93, la prima medaglia olimpica (bronzo ad Atene sui 10000) e la prima ai Mondiali: secondo a Berlino, ancora sui 10000. Davanti, sempre etiopi, Bekele e Sihine, poi solo Bekele: i cugini, i vicini, i nemici in una lontana e terribile guerra combattuta su amba aridi e sassosi.

“I miei avrebbero preferito che andassi avanti con gli studi, ma io ho preferito fare il maratoneta”, ha detto in quel suo inglese all’osso Ghirmay. La sicurezza della scelta poggia anche su chi gli sta alle spalle. Jos Hermens, il manager olandese che in scuderia ha avuto i grandi d’Etiopia, a cominciare proprio dal grande Gebre, è uno che vede sempre lontano. Maratoneta da subito, poco più che adolescente,per un archivio smilzo come lui: un ritiro a Dubai, una giornata da lepre a Chicago e il primo tirar fuori la testa: secondo ad Amburgo quest’anno in 2h07’47”, che è tempo di grande spessore per un diciannovenne.

“Mi sono trovato bene, faceva caldo proprio come al mio paese”. Più che gli avversari, è stato messo in imbarazzo da indicazioni carenti, da un’organizzazione fragile: in vista del Nido d’Uccello si è fermato. “E ora dove vado?”, sembrava dire con gli occhi, con il corpo. Ma ha ritrovato la strada e ha dato appuntamento a Rio. Farà caldo anche là.

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