Adams e Lavillenie atleti dell'anno

22 Novembre 2014

La neozelandese, olimpionica e pluri-iridata di getto del peso, e il francese, oro olimpico e primatista mondiale dell'asta, sono i vincitori degli Oscar dell'atletica 2014

 

di Giorgio Cimbrico

Molte prime volte nel referendum Iaaf che ha consegnato gli Oscar 2014. Innanzitutto, le pedane che hanno la meglio sulla pista: Valerie Adams lancia (o getta) il peso, Renaud Lavillenie salta con l’asta. Dall’istituzione dell’Atleta dell’Anno (1988), il dominio di chi corre veloce o a lungo è stato nettissimo tra gli uomini (23-4, 21-6 se consideriamo Carl Lewis soltanto come lunghista), meno tra le donne: 17-9. In questo caso il totale fa 26, non 27, dopo l’annullamento del titolo assegnato a Marion Jones nel 2000, l’anno fatale che costò a Wonderwoman cinque medaglie olimpiche e più tardi anche di peggio. I collezionisti più ricchi e assidui sono Usain Bolt, cinque volte al vertice (dal 2008 al 2013 soltanto David Rudisha è riuscito a scavare una breccia) e Yelena Isinbayeva, premiata tre volte.

E’ la prima volta di un francese, è la prima volta di un’astista: sul premio non ha mai messo le mani Sergei Bubka, il nume e il nome risultato decisivo nel successo del folletto che viene dalla Francia atlantica, regione del Cognaq (ma lui è astemio) e che si è trapiantato nel centro, in Alvernia. Se Renaud ha avuto la meglio è perché è andato a scavalcare la colonna d’Ercole costruita dallo zar. Per di più a Donetsk (non ancora insanguinata) e sotto gli occhi di chi, per un trentennio, aveva dominato sotto il tetto o sotto il cielo. Quel 6,16 ha acceso un dibattito: Lavillenie è primatista del mondo al coperto e Bubka rimane padrone dell’altra dimensione? Meglio consultare con attenzione il libretto delle regole per scoprire che esiste ben espresso il concetto di record mondiale assoluto, senza differenze tra le due tipologie di gara.

E’ bene precisare che dopo quella prodigiosa ascensione, seguita da un tentativo stellare a 6,21 (che gli costò un infortunio e l’impossibilità di mettersi in testa la corona in palio nella baltica Sopot), nella stagione all’aperto Renaud si è fermato 23 centimetri più in basso, ma l’eccezionalità della sua “prima invernale” ha finito per diventare l’elemento vincente sulla costanza oltre i 2,40 di Mutaz Barshi e sulla discesa sotto le 2h03’ di Dennis Kimetto. A questo punto, Lavillenie, campione olimpico e campione mondiale indoor, tre volte campione europeo sia all’aperto che indoor, ha soltanto una casella vuota nella sua collezione: il titolo mondiale. A Pechino, prima di compiere i 29 anni, ha l’opportunità di riempirla.

Prima volta anche di una neozelandese e di una lanciatrice (tra gli uomini solo Jan Zelezny, detto l’uomo dal braccio d’oro, ce l’aveva fatta), per di più di peso che gode di scarso appeal e di rari spazi televisivi. D’altra parte, come negare l’Oscar a Valerie Adams, dopo il divorzio tornata signorina grandi forme (a palmi, dopo aver consultato più di una scheda, si può concludere che 1,93 per 120 siano cifre attendibili), cocktail di sangue inglese e tongano che si è inoltrata in una serie vincente di 56 successi consecutivi – destinati ad aumentare – e che ha vinto tutto e più volte? La domanda è retorica e infatti il trofeo non le è stato negato.

Valerie, 30 anni, ex-signora Vili, spesso residente in Svizzera per motivi tecnici, figlia di un allegro marinaio britannico che ha disseminato il mondo di mogli e di progenie (c’è chi dice 18, c’è chi dice 25), ha staccato anche gli All Blacks: per loro a catena della felicità si è fermata a quota 17. Per lei va avanti e, con la concorrenza che si ritrova, è arduo individuare il momento in cui si interromperà. Per le altre, il futuro è Tutto Nero. Per lei, rosa shocking.

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IL VIDEO INTEGRALE DEL GALA IAAF 2014



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