8 marzo un secolo di atletica delle donne

08 Marzo 2016

Una galleria di volti e storie per ringraziare, nel giorno della Festa della Donna, tutte le atlete che hanno abbattuto muri, confini e pregiudizi.


 

di Giorgio Cimbrico

Qualche giorno fa è uscito un bel film di una donna (Sarah Gavron), interpretato da donne (Carey Mulligan, Helena Bonham Carter, Meryl Streep), su un movimento di donne che hanno voluto cambiare – e ci sono riuscite – il mondo, le sue rigidità, le sue intolleranze: “Suffragette”.

In quegli anni di fine XIX secolo anche l’atletica si dava da fare: Mamie Hubbard correva le 100 yards a New York in un modestissimo 17”0 ma già un anno dopo, nel 1891, a Dublino, l’irlandese Evaline Francisco irrompeva con 13”0 in una corsa ad handicap. Mentre Emmeline Pankhurst e le sue coraggiose seguaci si battevano per il voto e per i diritti, qualche ragazza osava saltare: il 3,48 di Emma Baker, che apre la cronologia del record mondiale del lungo, porta la data del 1895 e venne realizzato al Vassar College, l’equivalente femminile di Harvard e Yale.

Tracce di coraggiosi esordi nelle distanze vanno rintracciate nel nord Europa a XX secolo appena cominciato quando la finlandese Siina Simola porta a termine un 1500 in 5’45”: la gara ebbe ospitalità nel programma olimpico solo a partire dal 1972! Correre a lungo era sconsigliato e considerato dannoso, non è un mistero che il primo tempo sulla maratona sia del 1928, quando la britannica Violet Percy si cimentò, in solitudine, sul percorso da Windsor a Chiswick per completarlo in 3h40’22”. In questo caso la “prima” ai Giochi è del 1984. E anche in questo è consentito usare il punto esclamativo.

Un secolo abbondante di atletica delle donne (usare l’aggettivo femminile sembra diminuire la forza e la bellezza del movimento) ha dato vita a una galleria di volti e di imprese. Quella di Audrey Patterson, detta Mickey, originaria di New Orleans,fu quella di essere la prima americana di pelle scura – afroamericana, si dice oggi – a conquistare una medaglia olimpica: capitò a Londra, nel 1948, quando finì terza nei 200, in una delle giornate di gloria di colei che più di ogni altra è diventata il simbolo dello sport femminile, Francina, detta Fanny, Blankers Koen, quattro medaglie d’oro per assicurarsi, al ritorno in patria, un omaggio pari a quella tributato alla regina Wilhelmina al termine dell’esilio. Diventò la mammina volante, ma a dire il vero della mammina aveva poco: alta, spigolosa, di modi decisi, anche in vecchiaia. Formidabile, questi sì.

Provare a rivederle significa ricorrere a una serie di fotogrammi scelti qui e là, con colpevoli omissioni: la velocità sorridente di Marjorie Jackson, l’eleganza di Wilma Rudolph, le capacità proteiformi di Irena Kirszenstein Szewinska che pareva uscita dalle pagine della famiglia Moskat di Isaac Singer, l’anticipo di futuro offerto da Jolanda Balas, il fascino non sottile di Heidi Marie Rosendahl, la grazia aerea - e l’abilità di mimetizzare la rabbia agonistica – di Sara Simeoni, l’abbraccio dell’Africa nera e del’Africa bianca regalato da Derartu Tulu e da Elana Meyer, i primi timidi voli di Emma George quando anche il territorio dell’asta venne conquistato, il ritmo, non lontano da quello di Zatopek, impresso da Paula Radcliffe. Sono, a palmi, seicento battute sulla tastiera per una sonata di ringraziamento a loro e tutte le altre che hanno abbattuto muri, confini e pregiudizi.

Un rametto di mimosa, oggi, alla gentile Ruth Beitia che a 37 anni non smette di saltare e di vincere, a Alexandra Wester, sintesi di un mondo cambiato (Germania e Ghana nel suo dna), tedesca tornata nei pressi dei 7 metri (non capitava dal tempo di Heike Drechsler e di Helga Radtke), a Dafne Schippers che sta per catapultarsi nell’anno più difficile e stimolante della sua vita (per lei, mimosa orange) e a Alessia Trost che oggi festeggia due volte, da donna e da freschissima 23enne. Portland la attende, e non per una vacanza in Oregon.

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