16 settembre: il giorno oltre i limiti

17 Settembre 2018

Le imprese da record di Eliud Kipchoge e Kevin Mayer hanno già reso memorabile questa data che nel giro di sette ore ha visto riscrivere la storia della maratona e del decathlon


 

di Giorgio Cimbrico

16 settembre, giorno di san Cipriano e di molti altri santi, patroni delle imprese del Resistente e del Proteiforme: i nomi di Eliud Kipchoge e di Kevin Mayer vanno scritti in un corpo molto grande. Non è la prima volta che record del mondo si danno appuntamento in una stessa data, spesso in uno stesso luogo: c’è il precedente di Ann Arbor, 25 maggio 1935, quando Jesse Owens ne concesse sei in poco più di un’ora. E, giusto cinquant’anni fa, a Città del Messico, in quella settimana che terremotò l’atletica, che cambiò le sensazioni e le aspettative, che diede una violenta spinta ai limiti, ne caddero anche cinque in una sola sessione. Ed è appena passato il 34° anniversario - 31 agosto 1984 - della sfida Thierry Vigneron-Sergey Bubka all’Olimpico di Roma: Tintin 5,91 alle 22.40, lo Zar 5,94 alle 22.50.

L’unità di luogo, così cara alla tragedia greca, era stata spezzata molti anni prima: il 2 luglio 1927, a Stamford Bridge, dopo aver corso in 54.2, Lord Burghley finì per occupare brevemente il vertice dei 400hs. Di lì a qualche ora, a Lincoln, Nebraska, sede dei campionati dell’Associazione Atletica, John Gibson impresse una violenta scossa vincendo in 52.6, o 52 e tre quinti secondo il cronometraggio dell’epoca.

L’accoppiata di questo benedetto 16 settembre, che è destinata a permanere in una gioiosa memoria, ha un sapore diverso, una consistenza unica e terribilmente sostanziosa. I due prodigiosi risultati, venuti nell’intervallo di sette ore, vengono da luoghi diversi e soprattutto nelle specialità che racchiudono l’atletica e, in assoluto le qualità e le attitudini umane: la capacità di combattere la fatica e l’abilità di sottoporre il proprio corpo a ogni tipo di esercizio, breve, violento, prolungato, acrobatico.

Risultati accuratamente pianificati, realizzati con la disinvoltura dei grandi, evitando spasmodica attesa, tremori, dubbi, interrogativi ed è in questa sfera che possono essere associati: al 35° km Eliud sapeva che il record del mondo sarebbe diventato sua proprietà e dopo aver disegnato una parabola che si sarebbe spenta a 71,90 Kevin doveva soltanto scrivere un esorbitante numero sulla sua impresa. Lo stesso tipo di tranquilla e orgogliosa attesa ha accomunato il pubblico schierato nei pressi della Porta di Brandeburgo e nello stadiolo di Talence: la gioia di poter accarezzare a lungo quel che stava per essere definito da un cronometro, da una somma.

A questo punto, le sensazioni possono lasciar spazio alle considerazioni. Kipchoge ha corso in 2:53 a km, nella seconda parte in 60:33 si è espresso a un ritmo non lontano dai 21 orari realizzati all’autodromo di Monza, ha idealmente lasciato Ronaldo da Costa (il primo a lasciare al percorso di Berlino un dono mondiale) a un chilometro e mezzo; Mayer, quanto a regolarità, ha fatto anche meglio del keniano originario delle generose Nandi Hills: 4563 nella prima giornata, 4563 nella seconda, distaccando Eaton, nella fase discendente, di 221 punti.

Anche i luoghi hanno la loro importanza: a Berlino Eliud era incorso nella prima e unica sconfitta della sua vita da maratoneta, arrendendosi a uno Wilson Kipsang da record del mondo; a Talence nel 1992, anno di nascita di Kevin, Dan O’Brien aveva voluto e scritto il suo riscatto: escluso dai Giochi di Barcellona per tre nulli nell’asta ai Trials, aveva scelto il piccolo tempio girondino per portare il record a 8891. Anche Kevin era reduce da una bruciante delusione: i tre nulli nel lungo a Berlino, che gli avevano fatto subito perdere una rotta che già lì, all’Olympiastadion, il biondo pensava potesse portarlo in azzurri spazi. Quaranta giorni dopo, dieci colpi d’ala.

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Eliud Kipchoge


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