I campioni sotto i baffi

24 Ottobre 2015

di Giorgio Cimbrico

Atletica da leccarsi i baffi: è permesso a chi li ha esibiti sempre o, come il fresco sessantenne Steve Ovett, per un certo periodo. Naturalmente ci sono baffi e baffi: baffetti, baffoni, mustacchi, all’insù e a manubrio, militareschi e sbarazzini. Alain Mimoun li portò sempre sottili, alla Adolph Menjou, tanto per riportare alla luce un caratterista di successo nel cinema anni Trenta e Quaranta: sono visibili in una delle foto più drammatiche nella storia dell’atletica e dei Giochi, l’ultima curva dei 5000 di Helsinki ’52: Emil Zatopek digrigna i denti, Alain ha la pelle spianata sul volto magro, il tedesco Herbert Schade prova a tenere quel ritmo incandescente. Chris Chataway è appena capitombolato.

Le lunghe distanze in pista, spesso risolte da furibonde volate, spediscono sotto i riflettori il baffetto di Alberto Cova, che, adorno di quel virile accessorio e con la capigliatura ben curata, aveva in tutto e per tutto l’aspetto di un compito ufficiale di fine Ottocento che non aveva bisogno di cavalcatura per andare alla carica. Ad Atene ’82 e Helsinki ’83 gli avversari… non gli fecero un baffo. A Los Angeles, ultima sezione della tripletta (basta con il triplete), prego tutto fu molto più tranquillo.

I baffi hanno spesso adornato il volto di grandi e di leggendari: Spiridon Louis, che prestava servizio nei reali euzoni greci (paragonabili alla Guardia britannica o ai nostri Corazzieri) non poteva non portarli.

E Dorando Pietri può essere considerato uno dei fondatori di una tradizione seguita da altri maratoneti: baffuti erano Delfo Cabrera, Abebe Bikila (in realtà, un trattolino di peli), Frank Shorter (l’americano che trionfò a Monaco di Baviera, dove, figlio di un militare americano, aveva visto la luce) e Gelindo Bordin, dotato pure di mefistofelico pizzetto. Contagiati anche gli allenatori, specie quelli di casa nostra. Qualcuno ricorda Luciano Gigliotti senza cespuglio? O Massimo Magnani, rasato come in una pubblicità di implacabili rasoi?

Portavano i baffi due meravigliosi interpreti spazzati via dalla Grande Guerra: Jean Bouin, il piccolo Ercole di Marsiglia, secondo nei memorabili 5000 di Stoccolma 1912 a un decimo da Hannes Kolehmainen (l’uno e l’altro distrussero il record mondiale di 25”) e il tenente scozzese Wyndham Halswelle che, quattro anni prima, a Londra, ebbe in sorte una delle pagine più singolari e controverse della storia dell’atletica: l’oro dei 400 conquistato in solitudine dopo il ritiro degli americani, assai… alterati dopo la squalifica di John Carpenter nella finale annullata. Halswelle, capelli divisi in una perfetta scriminatura e due triangolini scuri appesi sul labbro superiore, aveva combattuto nella guerra anglo-boera e nel ’15 finì nello spaventoso tritacarne di Neuve Chapelle, abbattuto da un cecchino tedesco.

I baffi di Berlino ‘36 furono quelli del cancelliere Adolf Hitler, più che altro una specie di spazzolino a sezione quadrata.

Meglio quelli, simili, di Chaplin. Altri baffi da ricordare con piacere e emozione: quelli, con barba di tre giorni, di Beppe Gentile a Mexico ’68, o di Wladislaw Kozakiewicz che servirono a rendere ancor più beffardo quel volto e più incisivo quel gesto rivolto al pubblico delo stadio Lenin. E, ancora, quelli molto sottili dello svedese Erik Lemming, due volte olimpionico nel giavellotto, e dell’asciutto georgiano Robert Shavlakadze che a Roma ’60 si lasciò alle spalle, alla stessa misura, un promettente ragazzo che veniva dalla siberiana Tolbuchino: Valeri Brumel.

Baffi, barba e capelli alla boscaiola per quel buonanima di Ricky Bruch e per Mac Wilkins, baffi uniti a una curata barbetta da boia per il povero Wladislaw Komar, un pizzo degno di un’antica rappresentazione lignea del Salvatore per Francesco Arese, campione europeo dei 1500 nel ’71 a Helsinki, folti mustacchi per Harald Schmid, tedesco bruno, dall’aspetto mediterraneo, e quattro peli in croce per l’enigmatico Miruts Yifter.

Così come è avvenuto per gli occhialuti, si attendono segnalazioni e precisazioni. La prima, estratta all’ultimo momento dalla nostra scorta, riguarda Felix Sanchez, capace di confezionare un miracolo: non è frequente concedere un bis olimpico a otto anni di distanza. Ma i baffi servono a orizzontarsi nel mondo e a individuare i giusti obiettivi. Come fanno i gatti.

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