Un giorno, un'impresa

13 Aprile 2013

Appuntamento quotidiano con le storie dell'atletica

13 aprile. Nelle zone e nell’anno, il 1944, della guerra partigiana narrata da Beppe Fenoglio e da Giorgio Bocca, nasce a Centallo, Cuneo, Provincia Granda, Francesco Arese che i più giovani ricordano per otto anni presidente di questa federazione, che i più vecchi fanno in fretta a riesumare, magro come un chiodo - simile a uno di questi cristi catalani di antiche chiesette rinserrate nelle montagne – sventolare braccia sottili sul traguardo di Helsinki: campione europeo dei 1500 davanti al finisseur polacco Henrik Skordikowski e ai britannici Foster e Kirkbride che diedero una mano a tener allegra l’andatura, per spuntare l’artiglio del corridore in maglia bianca.

Quell’agra estate finlandese gli regalò il giorno dei giorni, ma la portata vera del vecchio allievo del disincantato “Blanche” va cercata nella mano da Grande Slam che seppe reggere tra le mani: primatista italiano degli 800 per tre anni, sino all’avvento di Marcello Fiasconaro, dei 1000 per quasi un quarto di secolo; dei 1500 al ’66 all’80; del miglio dal ‘69 all’81; dei 2000 per tre anni; dei 3000 e dei 5000 per poco più di una stagione, dei 10000, improvvisati a Varsavia, dal ’71 al ’75, Arese andò a battere territori sia tecnici che geografici, in lunghi periodi passati in Scandinavia, che nessun predecessore o contemporaneo aveva provato, mettendo assieme una collezione di prestazioni che, riletta a distanza di un quarantennio a volte abbondante, non può che muovere alla stima e all’ammirazione per questo iniziatore, per quest’uomo per tutte le distanze che sapeva correre in 1’46”6, 2’16”9, 3’36”3, 3’56”7, 5’03”4, 7’51”2, 13’40”, 28’27”. I numeri, in questo caso, sono tutto meno che aridi. Raccontano.

Giorgio Cimbrico



Condividi con
Seguici su: