Tokyo-Parigi, il gran ballo del 2020

01 Gennaio 2020

È appena cominciato l'anno olimpico: i Giochi tornano in Giappone dopo il 1964, gli Europei nella capitale francese che tra quattro anni ospiterà i cinque cerchi

di Giorgio Cimbrico

Tracce azzurre sulla lunga rotta Tokyo-Parigi, impresse nei tempi lontani e in quelli più recenti, capaci di lasciare segni profondi o, al momento di rivisitare quei giorni, di spazzar via la coltre di polvere che si era posata sulla memoria. È un itinerario che saltabecca nel tempo, un viaggio che inizia nel ’64, fa una rapida puntata nel ’72 (a Sapporo, per i Giochi invernali), si contorce all’indietro, verso il 1938 e il 1924 per lanciarsi in una vorticosa corsa in avanti per atterrare prima nel 2003 e nel 1991, in un viaggio olimpico, mondiale, europeo. I pellegrinaggi a zonzo nel tempo sono sempre divertenti e spericolati.

Questa “recerche” non è una spy story, non è un giallo, e così lo svelamento anticipato non spazza sale, pepe e altre spezie, induce a considerazioni storiche e a speranze sulla cui solidità sarà necessario attendere le risposte fornite dell’anno che è appena iniziato. Le premesse offerte dal passato sono buone, quei due luoghi coincidono con pagine solide, importanti. Sufficiente pensare ai 9 piazzamenti tra i primi 8 ai Giochi del ’64, gli ultimi su terra rossa, i primi con l’allargamento degli ammessi al turno decisivo.

Può essere un obiettivo percorribile?

La vittoria di Abdon Pamich, il successo di Livio Berruti in un virtuale campionato europeo (quinto da campione che metteva in palio la corona), il bronzo di Tito Morale, i tre Orazi Eddy Ottoz, Giovanni Cornacchia e Giorgio Mazza che assicurarono alla scuola italiana degli ostacoli un ideale secondo posto nei 110hs a squadre, la verve di Sergio Ottolina, il deciso apparire in scena di Roberto Frinolli sono i capitoli scritti in quell’autunno piovoso, molto diverso dalle condizioni che verranno trovate fra sette mesi: gli ultimi anni sono stati climaticamente impietosi e chi era a Osaka nel 2007 sa bene quale sarà lo scenario, quante le difficoltà.

Per loro fortuna - e grazie finalmente a una saggia decisione del Cio - gli uomini e le donne dediti alla lunga e lunghissima fatica finiranno 800 km più a nord, all’Odori Park di Sapporo dove nel ’72 Gustav Thoeni andò vicino all’accoppiata negli slalom, piegato in speciale dal sorprendente spagnolo Francisco Fernandez Ochoa, non il primo né l’ultimo a pescare la carta buona nell’occasione più importante.

L’Euro-Parigi del 1938 venne in fondo all’estate etichettata come quella degli italiens: seconda coppa del mondo di calcio sollevata dagli uomini di Vittorio Pozzo, arrivo trionfale del 24enne Gino Bartali, che avrebbe allineato il suo secondo Tour dieci anni dopo. A Colombes, lo stadio olimpico del 1924, sei medaglie, un paio beneauguranti per quello che accadrà a Charlety tra otto mesi: Orazio Mariani secondo nei 100, Giuseppe Beviacqua secondo nei 10.000 dopo aver messo alla frusta il lungo finnico Ilmari Salminen.

La scaramanzia impedisce di spingersi più in là, di allargarsi al quarto di miglio, ma lo scenario per un raccolto in pista diventa sempre più consistente. C’è di più: in quell’anno, in ambiente viennese e non parigino (i campionati erano separati...) un’ostacolista italiana diventò campionessa europea (degli 80hs), scacciando parte del disappunto provato due anni prima a Berlino: era Claudia Testoni. Anche qui non è il caso di far nomi o di inoltrarsi in previsioni troppo ottimistiche, se non dopo esser ricorsi a un buon repertorio di scongiuri.

Parigi 1924 è il momento di gloria di Romeo Bertini (secondo nella maratona, il giovanotto che si allenava in lunghi testa a testa con il tram a cavalli che da Gessate portava a Milano), è la prova di forza dei marciatori (primo Ugo Frigerio e in quattro tra i primi otto nella 10 km), è l’ingresso in finale della 4x400: tra quei lontani moschettieri, Alfredo Gargiullo, destinato a vita brevissima, e Luigi Facelli, che ne ebbe in sorte una lunghissima.

E Parigi mondiale 2003 è l’indimenticabile soirée offerta da Beppe Gibilisco, geniale come il compaesano Archimede: un italiano campione del mondo di salto con l’asta non s’era visto mai. Oggi ha un eccellente erede e discepolo.

Un’ennesima trasvolata compiuta alla velocità della luce riporta a Tokyo 1991, a sette fusi lontano e all’ultimo glorioso capitolo della saga semplice di Maurizio Damilano, campione olimpico, campione mondiale e capace di conservare il titolo, nove secondi davanti al Mikhail Shchennikov dalla marcia... affrettata. Quel giorno a Giovanni De Benedictis mancarono 7 secondi per occupare il terzo gradino. Quasi trent’anni dopo l’Italia ha l’uomo giusto, spronato da quel che gli hanno combinato a Doha. In pieno regime di omertà, nessun nome. Sull’asse Tokyo-Parigi sta per cominciare il gran ballo del 2020.

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Lo stadio Charlety che ospiterà gli Europei di Parigi (foto EA)


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