I 100 anni del mito Dordoni

27 Giugno 2026

Il 28 giugno 1926 a Piacenza nasceva la leggenda della marcia, simbolo di eleganza nello sport e nella vita. Il pettine per sistemare i capelli prima dell'arrivo vincente alle Olimpiadi di Helsinki 1952

di Fausto Narducci

Si può entrare nella storia di una specialità, di una disciplina, di tutti gli sport in tanti modi. Ma nessuno lo ha fatto, come successe a Pino Dordoni prima di tagliare il traguardo olimpico di Helsinki ’52, preoccupandosi di rimettersi in ordine i capelli con un pettinino. Aneddoti, piccole manie, genialità dell’indiscusso Cavaliere della marcia (anche se ufficialmente aveva il titolo di commendatore) che tornano alla memoria nel momento in cui tutto lo sport italiano celebra i 100 anni della nascita (28 giugno 1926 a Piacenza) di un campione che ha fatto da anello di congiunzione fra due epoche del tacco e punta - prima Ugo Frigerio, più o meno contemporaneo Abdon Pamich, successivi i fratelli Damilano - accompagnando l’evoluzione della disciplina più vincente dell’atletica. Dordoni, che viene studiato ancora oggi da chi vuole marciare correttamente senza incorrere in squalifiche, è stato il “maestro” di generazioni di marciatori e poco importa se il rigore e la fermezza talvolta lo facevano apparire burbero. Non per niente dopo l’agonismo assunse il ruolo di team leader della marcia azzurra per 25 anni mantenendolo, tranne una breve interruzione, quasi fino alla morte sopravvenuta il 24 ottobre 1998. 

L’EPISODIO DEL PETTININO
Ma torniamo alla trionfale giornata del 21 luglio 1952 in cui l’azzurro, che univa l’eleganza dello stile di gara all’aplomb che aveva nella vita di tutti i giorni, colse il successo che vale una carriera. I particolari dell’episodio entrato nell’aneddotica sportiva - ricordato anche nella recente presentazione del libro statistico di Sandro Damilano all’Arena di Milano - li dobbiamo all’ex azzurro Piergiorgio Andreotti (nipote del senatore a vita, Giulio) che ebbe il merito di entrare in possesso di uno spezzone di pellicola di un documentario della televisione tedesca su Helsinki ’52 in cui si vede l’olimpionico, nettamente in testa alla gara, poco prima della porta di maratona ricevere da una persona, diritta in piedi su un’auto decappottabile al seguito, un pettine che usò immediatamente per sistemarsi i capelli. Ricostruendo molti anni dopo l’episodio con l’interessato che lo ricordava benissimo, Andreotti scoprì che Dordoni aveva ricevuto il pettine dal giudice di gara della Svizzera, Armando Libotte, che in quell’occasione operava come presidente della giuria di marcia nella 50 km ma era stato anche buon marciatore a cavallo della guerra, giornalista e poi ideatore del Lugano Trophy nel ’61. 

Tempo dopo fu proprio il campione olimpico a raccontare l’episodio passato alla storia come il ‘pettine di Dordoni’: “Armando era un mio amico e vedendolo accanto mentre inquadravo la torre dello stadio gli dissi: “Senti Armando, ti dispiace tenermi gli occhiali scuri e Il berrettino? Non si può mica vincere l’Olimpiade a capo coperto e con gli occhiali sul naso. E poi, già che ci sei, passami anche il pettine che voglio rendermi presentabile. E’ stato allora che i fotografi e i cineoperatori si sono scatenati per riprendere la scena. Figurarsi, uno che marcia e si pettina anche se i capelli erano già pochi. Quelli che arrivavano in ritardo mi chiedevano di ripetere la scena del pettine ma io l’ho fatto una sola volta e ho detto ”Ragazzi, non non voglio mica perdere la medaglia d’oro per voi”. Feci bene perchè il ceco Josef Dolezal che mi inseguiva era un vecchio cagnaccio: degli otto minuti di vantaggio su di lui alla fine ne avevo solo due”.

LA GARA OLIMPICA
Per la cronaca Dordoni vinse in 4h28’07”8 (record olimpico) davanti al ceco Dolezal (4h30’17”8) e all’ungherese Roka (4h31’27”2) ma quello del pettine non è l’unico episodio per cui la gara viene ricordata. Si narra che Dordoni, che aveva vissuto la guerra insieme al fratello Aldo, marciatore anche lui, con la Repubblica Sociale di Salò, per tenersi su nei momenti più duri aveva intonato canzoncine nostalgiche e lui stesso raccontò come aveva rischiato di non partire: “Al collegiale di Perugia per risparmiare le scarpe da gara (ne avevo solo un paio) mi allenai con quelle da pallacanestro. Il puntale di gomma mi procurò una vescica sotto l’unghia. Risultato: infezione con febbre e pus”. Ricorrendo su imposizione del c.t. Giorgio Oberweger a un piccolo intervento chirurgico presso un medico milanese, Dordoni partì per la Finlandia senza l’unghia dell’alluce e dopo 50 ore di treno da Milano a Helsinki fu preso in cura dal responsabile sanitario dei canoisti che fece l’ultimo miracolo. In gara l’azzurro, reduce dal titolo europeo di due anni prima a Bruxelles (ma con un tempo molto più alto: 4h40’43”) fu inseguito per 35 km, oltre che da Dolezal e Roka, dai fratelli Ljunggren (John finì ottavo, Verner si ritirò) ma poi fece marcia solitaria fino al traguardo. 

INTERNATO A COLTANO
Nell’Italia della ricostruzione post-bellica era facile riconoscersi nell’umiltà dei marciatori che avanzavano in mezzo alla folla come oggi i corridori del Giro nelle tappe di montagna. Giuseppe Dordoni, detto Pino, era uno di questi ma pagava, come ammise lui stesso, di aver fatto la guerra dalla parte sbagliata. Quando nel ’53, dopo l’oro olimpico, venne assunto dalla Snam di fronte a Enrico Mattei spiegò così quell’esperienza: “Sono andato volontario a 18 anni, ho perso la guerra e in località Malè di Trento mi sono consegnato ai Carabinieri. E’ stato il giorno più triste della mia vita ma ho pagato per colpe non mie”. Solo in seguito si venne a sapere che Dordoni era strato tradotto nel ’45 per sei mesi nel campo di concentramento di Coltano, frazione del comune di Pisa, dove vennero internati altri personaggi celebri come Dario Fo, Raimondo Vianello, Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Enrico Maria Salerno, Enrico Ameri. Quella scelta “sbagliata” non solo lo costrinse a ripetere il servizio militare ma nel ’49 portò all’annullamento dell’assunzione già annunciata in un istituto di credito.

LA CARRIERA
Nella sua carriera Pino Dordoni oltre al titolo olimpico (1952) ed europeo (1950), entrambi sulla 50 km, ha conquistato 26 titoli italiani: 11 sui 10 km, 10 sui 20 km, 5 sui 50 km. Complessivamente ha disputato 332 gare con 232 vittorie e ha vestito 18 volte la maglia azzurra. La sua carriera cominciò a 15 anni, nel ’39, durante la scuola grazie all’ex marciatore Guido Rizzi che lo indirizzò inizialmente al mezzofondo ma poi divenne il suo coach nella marcia. L’8 marzo ’42 Dordoni vinse la prima gara, il Trofeo Popolare di Modena sui 10 km in 54’04”. Costretto per mantenersi a svolgere vari lavori saltuari, allenandosi solo la sera, si guadagnò la partecipazione all’Olimpiade di Londra ’48, dove nei 10 km fu nono (48’19”2), subito alle spalle dell’altro azzurro Gianni Corsaro, lamentandosi per il percorso troppo corto per lui. Aveva addirittura deciso di emigrare in Venezuela quando proprio il suo allenatore Guido Rizzi lo convinse a partecipare nel ’49 alla Cento Chilometri della Gazzetta che assegnava al vincitore 100.000 lire. Una gara leggendaria che nell’occasione partì da Gallarate alle 4 del mattino ed era accompagnata da cortei di biciclette lunghi chilometri. I “califfi” del Trofeo non vedevano di buon occhio questo nuovo arrivato di 23 anni che invece batté la concorrenza del muratore francese Claude Hubert plurivincitore e con l’assegno si guadagnò anche la permanenza in Italia. 

TECNICO DELLA MARCIA 
Fu solo all’indomani dell’oro olimpico che proprio Giulio Andreotti lo aiutò a trovare lavoro alla Snam. Le successive partecipazioni ai Giochi (9° nel ’56 nella 20 km e 7° nel 1960 nella 50 km) e agli Europei (ritirato nel ’54 nella 50, 6° nel ’58 nella 20 km e ritirato nella 50) non portarono i risultati sperati. Un rapporto speciale ebbe con la Coppa Città di Sesto, alle porte di Milano, di cui vinse le vinse le prime tre edizioni (’57, ’58 e ’59). A Sesto San Giovanni, che nel 2002 gli ha intitolato lo stadio comunale, iniziò anche la storia d’amore con la moglie Graziella, sposata nel ’61. L’ultima gara il 19 novembre 1961 allo stadio olimpico di Roma con il definitivo passaggio di consegne ad Abdon Pamich che nell’occasione stabilì il record mondiale della 50 km e di lì a tre anni con l’oro olimpico di Tokyo riscattò la delusione del bronzo di Roma ’60. Nel ’62 la responsabilità del settore marcia della Fidal fu affidata proprio a Dordoni. 

Gli sono stati sempre vicini la moglie Graziella e la figlia Isabella. 

A 100 anni dalla nascita Pino Dordoni resta un simbolo di eleganza, nello sport e nella vita.

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