Berruti, un mito senza tempo

09 Agosto 2026

L’impresa di Roma ’60 diventata memoria collettiva, l’eleganza, la cultura e quell’ironia mai perduta: il ricordo del campione che ha fatto sognare generazioni, figura unica nella storia dello sport italiano

di Fausto Narducci

I miti non se ne dovrebbero mai andare. Non ci dovrebbero abbandonare proprio alla vigilia di un campionato europeo che a Birmingham vedrà protagonista questa atletica azzurra che sarà per sempre debitrice a Livio Berruti. Il mito dei miti ci ha salutati stasera in punta di piedi mentre si spegnevano gli ultimi echi della presentazione degli azzurri a Casa Atletica Italiana. Inutile girarci attorno, se c’era un mito (ma quel verbo all’imperfetto per noi suonerà sempre al presente) nell’Italia sportiva era lui, l’olimpionico dei 200 metri di Roma ’60 che ha continuato a correre fino a oggi nel nostro immaginario. Livio, già malato da tempo, è spirato in una clinica torinese a 87 anni accanto alla amorevole moglie Silvia che è stata il suo angelo custode fino alla fine.

Il volo di colombe

Per chiunque ami non solo lo sport, ma la cultura e lo spessore umano che hanno elevato alcuni dei suoi protagonisti oltre la pista di gara, è difficile ora abbandonarsi ai ricordi. Ma è come se quel volo di colombe che si era alzato alle 6 del pomeriggio del 3 settembre 1960 per accompagnare l’ultima curva vincente di Livio allo stadio Olimpico ora si portasse insieme anche l’anima del campione olimpico, come se questi 66 anni non fossero mai passati. Troppo forte quell’immagine dell’oro olimpico, accompagnato dal secondo record del mondo eguagliato dei 200, troppo frequenti le commemorazioni perché quell’immagine non sia ancora davanti agli occhi di ogni appassionato di atletica.

Un re diverso

Ma quel volo, in cui l’agnostico studente di chimica vide la protezione dello Spirito Santo, annunciava soprattutto l’avvento di un re dello sprint completamente diverso da quelli che c’erano stati prima e da chi ci sarebbe stato dopo. Non era durata molto la stagione agonistica di Livio Berruti, arrivato fino all’Olimpiade di Città del Messico ’68 senza altri acuti clamorosi, ma dopo il ritiro (pur passato attraverso molteplici esperienze dirigenziali e i proverbiali diverbi con Mennea) Livio era rimasto in qualche modo sulle pagine dei giornali. Soprattutto aveva continuato a distillare ricordi che non erano semplici pillole di atletica ma un campionario di cultura che si dilatava a ogni intervista. Non era neanche nato per l’atletica, sport e allenamenti quasi gli pesavano quando lo allontanavano dagli arricchimenti culturali, tanto più che il padre Michele in una famosa lettera alla Fidal prima di Roma ’60, giudicandolo troppo gracile per quello sforzo aveva manifestato le sue preoccupazioni per l’impegno che attendeva il figlio nei 200 metri.

L’attesa fra le statue

Ma quando alle 15.55 di quel 3 settembre Livio vinse la semifinale col record mondiale di 20”5 eguagliato (stesso tempo della finale) capì di essere destinato a qualcosa di speciale. E il suo racconto di come impiegò l’attesa per la finale allo stadio dei Marmi è passato alla storia come la finale stessa.

“Mentre gli altri facevano riscaldamento, disperdendo energie, io rimasi seduto sui gradini in mezzo alle statue sorseggiando aranciata e preparando il mio esame di chimica con i libri che mi ero portato dietro. Un modo anche per smaltire la tensione ma avevo un problema: cosa indossare per la finale. Ero sempre attento ai fattori cromatici. In semifinale avevo corso con le Adidas ma quelle tre strisce stonavano con i calzini bianchi. Così tirai fuori dalla mia borsa le Valsport: meno performanti ma tutte bianche. Per l’oro ricevetti una 500. Ma utilizzai il premio in denaro di un milione e 200 mila lire per comprare una Giulietta Sprint con l’aggiunta di 600 mila lire”.

Cambio di vita

Alla finale disputata due ore dopo Livio si presentò per ultimo ai blocchi indossando la canottiera di lana col pettorale 596 e gli occhiali scuri per compiere l’impresa che gli cambiò la vita. Ma cambiò anche quella di tutti gli italiani che cominciarono a sognare con lui, il “normodotato” che batteva i colossi americani e dava fiducia a tutti noi. E Berruti divenne così popolare anche sui rotocalchi dell’epoca che gli fu attribuito perfino un flirt con la gazzella nera Wilma Rudolph.

“Purtroppo tutto fugace e platonico - avrebbe raccontato poi con la benedizione della moglie Silvia -. Ci incontrammo prima delle nostre gare, passeggiammo mano nella mano: io speravo di reincontrarla dopo i miei 200 ma la squadra americana, come consuetudine, la fece ripartire dopo le sue gare. La ritrovai due anni dopo in un meeting italiano ma era controllata dal marito. Seppi che a Roma aveva avuto una relazione col velocista Norton ed era stata corteggiata anche da Cassius Clay”.

Uomo di cultura

Ora possiamo immaginare la commozione dei suoi eredi, di velocisti come Filippo Tortu che si era ispirato a lui per diventare il primo italiano a scendere sotto i 10 secondi. Ma Livio, pur claudicante e acciaccato, finché aveva potuto, aveva continuato a girare l’Italia non tanto per seguire lo sport ma per accrescere il suo mondo interiore. Dalle letture filosofiche alla passione per il vino non aveva mai smesso di coltivare i suoi interessi extrasportivi. Lui stesso, pur schermendosi, si definiva un intellettuale prestato allo sport e per questo si circondava dei migliori rappresentanti dell’intellighenzia, soprattutto sabauda.

“Ho amici di cultura con cui vado d’accordo perché hanno il dono dell’autoironia - diceva-. Sono stato spesso a cena con il collezionista Alberto Bolaffi e con il colonnello Paolo Angioni, oro nell’equitazione a Tokyo ’64. Ma frequento anche Piero Angela, il magistrato Gian Carlo Caselli e Alfredo Ambrosetti. Durante il lockdown sono intervenuto su Zoom ai convegni settimanali collegati al suo Forum parlando di economia e della dicotomia scienza-religione. In effetti, lo sport è stata una parentesi...”.

Anche la vita è una parentesi ma Livio può essere certo di averla spesa bene.

 



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