Addio a Franco Sar, il signore delle dieci fatiche

01 Ottobre 2018

E' venuto a mancare lo storico decatleta azzurro finalista olimpico a Roma 1960 e poi stimato dirigente a livello nazionale

Ancora un lutto per l’atletica italiana. È morto la scorsa notte nella sua casa di Monza, Franco Sar, leggendaria figura di atleta tra gli anni ‘50 e ‘60 (finalista olimpico nel decathlon ai Giochi di Roma 1960), e protagonista, successivamente, della scena dirigenziale dell’atletica nazionale. Nato ad Arborea, provincia di Oristano, il 21 dicembre del 1933, Sar mosse i primi passi nell’atletica all’età di 19 anni, con la maglia della Monteponi di Iglesias; sei anni più tardi, in previsione dei Giochi di Roma, fu affidato alle cure di Sandro Calvesi, che lo condusse al sesto posto in una delle gare olimpiche più celebri della specialità (vinta dallo statunitense Rafer Johnson sul compagno di allenamento alla UCLA, il cinese di Taipei Chuan-kwang Yang). Sar approdò in seguito alla Snia Milano, dove svolse buona parte del suo percorso di atleta; collezionò in carriera nove titoli nazionali, otto nel decathlon (ininterrottamente dal 1958 al 1965, con un primato personale di 7368 punti), e uno nell’asta (nel 1963), oltre a quindici presenze in Nazionale assoluta tra il 1959 e il 1966. Nel palmarès, anche ben nove primati italiani assoluti nel decathlon, e uno nell’asta. Conclusa la carriera di atleta, Sar fu impegnato a lungo come dirigente, prima alla Snia Milano poi all’Atletica 2000, sodalizio che aveva fondato e che portò ai vertici nazionali assoluti sul finire degli anni ’90. Attualmente ricopriva l'incarico di vicepresidente della società ABC Progetto Azzurri.

Alla famiglia Sar, le condoglianze del Presidente federale Alfio Giomi, e l’abbraccio ideale di tutta l’Atletica Italiana. I funerali si svolgeranno mercoledì 3 ottobre a Monza, alle ore 10, presso la parrocchia di San Giuseppe (via Guerrazzi, 30).

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SAR, CAMPIONE FINO ALL'ULTIMA FATICA (di Giorgio Cimbrico) - Uno di quei sardi alti, trapiantati nella piana d’Arborea ai tempi del Duce. Stalin mandava i baltici e gli ucraini a lavorare nelle terre vergini siberiane, Mussolini incoraggiava i contadini del nordest a diventar coloni nelle terre incolte dell’isola. Quando Franco Sar nacque, alla fine del ’33, ll capoluogo di quella zona portava il nome del capo, Mussolinia.

La famiglia di Franco veniva da un luogo che nel nome contiene una lunga e appassionante storia: Passian Schiavonesco, zona di reclutamento degli sciavon, o fanti de mar. I primi marines sono stati quelli della Repubblica Serenissima. Fosse nato quattro secoli prima, el capitan Sar avrebbe combattuto a Lepanto.

Franco Sar

Aveva la figura e il volto adatti: occhi penetranti, naso che fendeva l’aria, corpo asciutto e imponente.

Chi è abbastanza vecchio da ricordare i Giochi di Roma, e soprattutto il periodo che li precedette, se ha ancora memoria nitida può riesumare quei magnifici documentari della Rai nati per educare il pubblico italiano che avrebbe dovuto presto affrontare molti sport sconosciuti, molte specialità misteriose. La puntata sul decathlon era “interpretata” da Franco, con quel volto che poteva essere rinvenuto nelle tele di Zurbaran, da santo-guerriero. Cos’era il decathlon? Venne spiegato con le parole e con i gesti, e la percezione fu di una fatica sovrumana e di una capacità proteiforme che pareva negata ai comuni mortali. Titani, semidei, secondo certe iperboli care al giornalismo. In realtà, soltanto magnifici atleti sospesi tra un acceso agonismo e un desiderio cavalleresco di fraternità. Era così ai suoi tempi, è così oggi, senza rovinose mutazioni.

Il giovanotto che aveva cominciato quasi per scherzo, in sfide balneari tra amici, che si era affinato sotto la guida di Sandro Calvesi (un nome che ritorna nelle cronache di quegli anni felici), si trovò calato in una delle più grandi gare finite negli archivi di Olimpia, la sfida serrata tra il kennedyano Rafer Johnson e Yang Chuan-kwang, cinese di Taipei (allenati l’uno e l’altro da Ducky Drake), e non recitò da comparsa.

Rileggere oggi la sua seconda giornata lo colloca, quasi sessant’anni dopo, accanto a Kevin Mayer e al suo prodigio ancora fresco, realizzato nella fase discendente. Dodicesimo in fondo al 5 settembre 1960, iniziò con 14”7 sulle barriere: solo Yang fece meglio di lui, di un decimo; Johnson ne accusò 6. Nel disco andò molto vicino alla fettuccia dei 50 metri, 49,58 e anche in questo caso soltanto l’ucraino Yuri Kuznetsov, primatista mondiale appena detronizzato da Rafer, si spinse appena più in là. Alla fine, sesto, 7140 punti, con cinque record personali. Chi capiva d’atletica – Alfredo Berra - scrisse che dopo Berruti era la più grande impresa dell’atletica italiana.

Andò anche a Tokyo, finì 13°, e diede il suo contributo in azzurro sino al ’66. Emigrato, come era capitato alla sua famiglia, approdò a Milano per diventare un punto di riferimento della Snia: direttore sportivo, dirigente, animatore, inventore di manifestazioni che coinvolgevano i giovani, sempre animato dall’entusiasmo dei suoi giorni memorabili. La figura, da guerresca, si era trasformata in quella del patriarca che aveva raggiunto la sua Terra Promessa. Se n’è andato nel sonno. La morte dei giusti.

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