Una giornata piena

26 Marzo 2015


 

di Giorgio Cimbrico

Giorgio Calcaterra – nel nome, un destino - ha deciso di regalarsi una giornata molto piena, una vacanza romana di 84 chilometri e 390 metri che, se andiamo a vedere, per un centochilometri sta come lui, tre volte campione del mondo, rappresentano un bell’allenamento: prima parte severa, seconda, diciamo così, defatigante. Lo aveva promesso e ha mantenuto: due maratone al… prezzo di una. Il bravo Giorgio, veterano di 42 anni, forse non sa di aver raggiunto chi decise di concedesi una giornata piena, magari non lunga come la sua, ma capace di lasciare segni indelebili. Nb: dalle citazioni che seguono sono esclusi uomini e donne multipli. Loro alle giornate piene sono abituati, in qualsiasi condizione climatica, a stadio vuoto, a stadio zeppo.

E così via con il 19 giugno 1924, sulla pista prossima allo zoo di Helsinki: alle 19,05 Pavo Nurmi scende in pista per i 1500 e tra un’occhiata e l’altra al cronometro che stringe in pugno, corre i 1500 in 3’52”6, record del mondo, due secondi meglio dello svedese John Zander e quattro decimi al di sotto di un suo passaggio in una gara sul miglio. Cinquanta minuti dopo, torna a schierarsi sulla linea di partenza dei 5000: 14’28”2, record del mondo (già suo, naturalmente) demolito di 7”. Il secondo arriva a un minuto e mezzo. E’ la prova generale per il 10 luglio, stadio parigino di Colombes, quando in meno di due ore erano in palio i titoli olimpici delle due distanze. Originariamente l’intervallo era anche più breve, una mezz’oretta, ma una protesta della federazione finlandese aveva fatto sì che fosse concessa una dilazione, portando a due ore lo spazio tra i due spari di partenza. Nurmi, che era silenzioso e con un viso scabro, da giocatore di poker, non giocò mai un bluff in vita sua: andò via, offrì un primo giro in 58” (al tempo, stordente) e si preoccupò solo di mantenere margine sullo svizzero Scharer e sul generoso britannico Stallard. Chiusa la faccenda in 3’53”6, sparì negli spogliatoi senza rispondere agli applausi della folla parigina. La leggenda vuole che si sia concesso un sonnellino, come faceva Napoleone prima di dar battaglia. E proprio una battaglia attendeva Paavo che stava per affrontare un rivale con cui non correva buon sangue, Ville Ritola, quattro giorni prima medaglia d’oro, con record del mondo, dei 10000.

Meno di due ore dopo, contando sul poco riposo che Nurmi aveva avuto, Ritola e gli altri iniziarono di forte lena, passando al chilometro in 2’46”, un’impensabile andatura da 13’50”, ma Paavo non mosse un muscolo del volto, si portò in testa e nella seconda parte diede vita a un testa a testa con il connazionale, compulsando spesso l’amato cronometro. Alla campana, sempre assieme, così come sul rettilineo finale quando Ritola provò il sorpasso. Nurmi impresse una leggera accelerazione e vinse per due decimi, un metro e mezzo.

Non proprio piena, ma dannatamente eccitante, fu la giornata di Jesse Owens quel 25 maggio 1935 ad Ann Arbor: il promontorio degli 80 anni è vicino. In ordine cronologico, JO allineò i record mondiali di 100 yards, lungo (un solo salto a 8,13, destinato a tener duro per un quarto di secolo), 200 e 220 yards, 200 e 220 yards con ostacoli, tutto in meno di un’ora. E pensare che si era alzato da letto con un gran mal di schiena.



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