Un anno in cornice

22 Dicembre 2011

I dieci flash della stagione internazionale. Record, medaglie, scontri, cadute, ritorni: tutte le emozioni del 2011

 

di Marco Buccellato

Il top ten delle prestazioni e dei momenti più emozionanti di un anno di atletica internazionale,in cui la parte del leone è giustamente recitata dalle gare mondiali: a Daegu è successo di tutto, spettacolo, colpi di scena, ritorni dall'inferno e buon ultimo un fantastico primato mondiale. Omaggio anche alla maratona, nell'anno migliore nella storia della specialità: lo dicono i numeri, i record di partecipazione e quelli stabiliti sui percorsi cittadini, migliorati quasi ovunque a partire dalle maratone più prestigiose.

1. Bolt-squalifica, shock planetario

Alle 20:45 del 28 agosto, ora locale di Daegu, il fato si compie e posa la mano impietosa sull'inviolabilità del miglior sprinter del mondo, del decennio, qualcuno dice di tutti i decenni trascorsi. In quinta corsia c'è Usain Bolt, pluriprimatista del mondo su tutte le combinazioni della velocità, pluricampione olimpico e pluricampione mondiale. Bolt è plurale in tutto, ce ne vogliono due per farne uno come lui, e forse non basta. Non occorre attendere il verdetto sancitorio dei sensori, la partenza anticipata è così netta da sembrare una burla. I decibel del pubblico sono sostituiti dal brusìo delle esclamazioni di incredulità, solo gli speakers delle tante postazioni televisive alzano il volume delle voci come se quella corsa, Bolt, la stesse correndo davvero. La regola nega una seconda possibilità a Bolt, che si sfila la maglia d'impeto come se volesse togliersi di dosso la bandiera di quell'isola a cui ha regalato un sogno a Pechino e a Berlino, e che ora si è risvegliata in un incubo. Il soprassalto coglie di sorpresa il mondo intero. A Daegu è solo la seconda giornata di gare, e il primo punto di svolta del programma iridato ha già fatto saltare il banco. La finale perde il giaguaro volante e premia il connazionale Yohan Blake, che sedeva alla sinistra di Bolt nel lungo cerimoniale di telecamere che ha preceduto il via. Tra i due blocchi di atleti che danno il via alla finale più imprevista, c'è una corsia vuota che non è mai sembrata così larga, due mari separati dal fantasma di Usain Bolt. Nemmeno fosse Mosè.

2. Bolt, resurrezione sui 200 metri

Tre settembre, 21:20. Ancora lui, Usain Bolt, respinto dal purgatorio dei 100 metri e nuovamente in paradiso sulla distanza che, ancora acerbo sedicenne, aveva trovato in lui l'Apollo del nuovo millennio. La legge del giamaicano si abbatte sulla pista da Daegu come una scure che lo separa dal resto del mondo. Il suo 19"40 è figlio di una partenza all'arrembaggio e di una curva che, pur se macchiata da una sbavatura, chiude in anticipo la partita con Walter Dix, l'hovercraft americano. Meglio di questa nuova incoronazione, sotto il profilo cromometrico, solo i tre record mondiali precedenti, quello di Dream Man Johnson ad Atlanta, e le due spallate del giamaicano ai Giochi cinesi e a Berlino, un mondiale fa. L'elastico con Dix si tende fino a tre decimi (19"70), e nella storia entra pure Lemaître, il fantastico francese bianco che vola sul bronzo in 19"80.

3. Daegu saluta con un record del mondo
 
Lo spettacolo del mondiale si chiude col trionfo nella 4x100 maschile della formazione giamaicana che con Nesta Carter, Michael Frater, Yohan Blake e Usain Bolt migliora il proprio record mondiale scendendo a 37"04. L'abisso viene scavato in particolare dalla frazione di Blake, un proiettile, e sugellato dal lanciato scatenato ed ineguagliabile di Bolt.

Aldiqua dei giamaicani volanti, i francesi di Lemaître, grandi e all'argento con 38"20, e l'eccezionale drappello di Saint Kitts, che centra per un solo centesimo sui tostissimi polacchi un bronzo che pare impossibile se rapportato a una popolazione che supera di poco le cinquantamila unità. A capeggiare il miracolo c'è Kim Collins, il furetto fatto in casa che vinse un mondiale dei 100 otto anni prima. Stati Uniti non pervenuti, in collisione disastrosa con i britannici. Il mondiale si congeda con un primato del mondo che apre la prospettiva realistica di una incursione al di qua dei trentasette secondi. Se hai Bolt, puoi.
 
4. Blake, l'incredulità dell'eccesso

Allo Stadio del Re Baldovino, teatro del Memorial Van Damme di Bruxelles (Samsung Diamond League), l'euforia si è impadronita del meeting perché da pochi minuti Usain Bolt ha scheggiato profondamente anche quest'annata dei 100 metri con una zampata memorabile da 9"76, firmando in ritardo il registro di numero uno del mondo, dopo la squalifica per falsa partenza della finale mondiale. Vai a immaginare che la scena gli verrà rubata di lì a pochi minuti ancora da Yohan Blake, l'uomo che ha saputo meglio di tutti giocarsi il jolly deicento metri iridati. Già avvezzo ai miglioramenti-monstre in un colpo solo sulla distanza doppia, Blake stavolta è straripato: partito (male) in sesta corsia e raggiunto dal rutilante Dix (in quinta) all'ingresso della curva, è letteralmente volato negli ultimi ottanta metri, trafiggendo il traguardo in 19"26, a soli sette centesimi dal record del mondo di Usain Bolt. Subito dopo il traguardo, bocca aperta e occhi sgranati di Blake sul tabellone luminoso, per una prestazione inimmaginabile, che a posteriori grida vendetta per quella partenza un po' sonnecchiosa. A tre metri da Blake, Dix segna un terrificante 19"53. Si impressiona pure Bolt, che stava ancora festeggiando la vittoria nei 100, e concede l'abbraccio e il rispetto al giovane connazionale, una furia che accarezza la pista.  

5. Makau spodesta Gebreselassie

Quanti record a Berlino, una maratona che inanella, con l'impresa di Patrick Makau Musyoki, vincitore anche nel 2010, il settimo sigillo-record in tredici anni. L'indiavolato kenyano nato nel distretto di Tala Kangundo ha prima stroncato la resistenza di Gebrselassie, l'icona stessa della maratona di Berlino, poi ne ha migliorato il record del mondo abbassandolo a 2h03'38". Una tattica spavalda di zig-zag e improvvise accelerazioni che a partire dal ventiseiesimo chilometro di gara hanno mandato in tilt il computer biomuscolare dell'etiope, undici anni più anziano del kenyano, e sicuramente più usurato da una lunga e straordinaria carriera. Bandiera bianca di Gebre nel giro di dieci chilometri, e ideale pennone decorato dalla bandiera kenyana che accentra, una volta di più in questa stagione, uno strapotere con pochi precedenti. La lettura del primato del mondo di Makau, chilometro per chilometro, è la seguente: 2'57", 5'53", 8'49", 11'42", 14'37", 17'36", 20'33", 23'27", 26'24", 29'17", 32'12", 35'12", 38'12", 41'06", 43'52", 46'49", 49'46", 52'41", 55'35", 58'30", 1h01'27" (1h01'44" a metà gara), 1h04'26", 1h07'24", 1h10'21", 1h13'18", 1h16'14", 1h19'09", 1h21'56", 1h24'49", 1h27'38", 1h30'37", 1h33'29", 1h36'22", 1h39'14", 1h42'16", 1h45'13", 1h48'15", 1h51'17", 1h54'15", 1h57'15", 2h00'03", 2h03'04", 2h03'38" (record del mondo).

6. Daegu, pronti-via nel segno del Kenya

Non una gara ma ben due, nella prima giornata del mondiale, in cui le donne kenyane hanno sbaragliato la concorrenza alla luce del trionfo, un en-plein. I diecimila metri, corsi di sera, sembravano la replica dello strapotere sciorinato nella maratona, disputata la mattina.

Tre kenyane a spartirsi le medaglie sui 42 chilometri, tre kenyane (con l'aggiunta della quarta), a schiantare la avversarie sulla gara più lunga del programma della pista. Due gare, un unico grande spettacolo simile a uno schiacciasassi, con le firme delle maratonete Edna Kiplagat (l'ultima regina di New York), Priscah Jeptoo, Sharon Cherop, e di Vivian Cheruiyot (30'48"98 e 61"71 nel giro conclusivo, suo anche il bis sui 5000), Sally Kipyego e Linet Masai (diecimila). Etiopi sulle ginocchia, zero medaglie e la Defar ritirata.

7. Pearson, prestazione-monstre

Nessuna ostacolista era stata così veloce da quasi vent'anni, nessuna come Sally Pearson, nata McLellan, australiana 25enne che affronta l'ostacolo e disegna la frequenze come un affresco, tecnica, velocità e classe. La classe pura le aveva permesso di mettere l'ipoteca sul titolo mondiale in semifinale, con un 12"36 che sottraeva ben dodici centesimi al primato australiano e del Commonwealth. Impeccabile anche in finale, partenza-razzo e un'azione da violinista sull'ostacolo, per la Pearson si sono aperte le porte lontanissime dei tempi di un'altra epoca. 12"28, a soli sette centesimi da un record di granitica longevità come quello della bulgara Donkova, vecchio di ventitre anni.
 
8. Abakumova vs Spotakova, che spettacolo!

La finale mondiale di lancio del giavellotto femminile è stata pari, se non superiore, alla bellezza e all'impressione suscitata dalla finale olimpica di Pechino 2008, con le stesse protagoniste, la ceka Barbora Spotakova e la russa Mariya Abakumova. In Cina ebbe la meglio la ceka, in Corea è stata la russa, al termine di un duello memorabile, a prevalere, per giunta infortunata e quasi azzoppata dopo le qualificazioni. La finale è stata subito incanalata dalla Spotakova su binari lontanissimi (68,80), ma la Abakumova, al secondo lancio, ha azzeccato una traiettoria garibaldina da 71,25, nuovo record russo e mezza firma sulla medaglia d'oro. Finita? Macchè. Quinto turno da mozzare il fiato: Spotakova a 71,58, nuova ipoteca, la ceka già braccia al cielo, il tecnico Zelezny dal sorriso sornione in tribuna, poi la Abakumova, un'altra lottatrice di tempra d'acciaio, ci mette il suo pochi secondi dopo, e con 71,99 ribalta giochi, gara e medaglia d'oro, che cambia collo in per due volte in due minuti. Due grandissime, entrambe stupefacenti quando in gioco c'è il metallo prezioso delle medaglie.

9. La Demus soffia sul record del mondo

Ancora una gara estrapolata da un mondiale di altissima qualità, ancora dal settore degli ostacoli, quelli bassi dei 400. La regina di Daegu è Lashinda Demus, mamma di due gemelli di quattro anni e favorita dopo la grande prova del Crystal Palace a Londra. La statunitense, partita in terza corsia con la consueta spavalderia, stavolta non ha perso brillantezza sugli ostacoli nel rettilineo finale, ed ha ottenuto una delle migliori prestazioni dell'intera rassegna iridata, un 52"47 che è record degli Stati Uniti, ad appena tredici centesimi dal primato mondiale della russa Yuliya Pechonkina.

10. Chicherova, attacco alle nuvole con 2,07

Il numero sulla pettorina (217) poteva essere quasi premonitore per Anna Chicherova, star russa del salto in alto, rientrata in pedana nel 2011 dopo una pausa connessa alla maternità. L'evento è quello molto atteso dei campionati russi di Cheboksary, in un pomeriggio di particolare bellezza dove in cielo non si è contata una sola nuvola. La grazia e l'eleganza tecnica della Chicherova l'hanno fatta arrampicare dove non immaginava, fino a 2,07, sfiorando appena l'asticella nella fase discendente, migliorandosi di ben otto centimetri in un colpo solo rispetto ai limiti stagionali, e incrementando di tre centimetri il primato personale. Incredula dopo il grande risultato, è rimasta emozionata sul tappeto per più di un istante, prima di concedersi all'abbraccio del suo tecnico. A incorniciare la straordinaria prodezza, a due centimetri dal primato del mondo di Stefka Kostadinova, i colori brillanti del 22 luglio di Cheboksary: la microcanottiera rossa di Anna Chicherova, il verde intenso del prato circostante la pedana, e l'azzurro del magnifico pomeriggio russo.


Il volo della Pearson (Colombo/FIDAL)


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