Triplo, una storia italiana

14 Marzo 2013

Le imprese e i protagonisti azzurri dell'hop-step-jump al maschile. 90 anni di salti, da Luigi Facelli a Daniele Greco.

 

di Giorgio Cimbrico

Il salto triplo, per anni e da tanti accusato di essere innaturale e artificioso, è un antico esercizio irlandese che più di altri ha convocato atleti di tutte le latitudini e razze: una folla di sovietici delle etnie più diverse (sufficiente pensare all’abkazio Viktor Saneyev e all’estone Jaak Uudmae), americani di pelle scura ed elasticità degne dell’Nba, australiani che risultò banale etichettare canguri, isolani recapitati da minuscole porzioni affioranti (Bermuda, Dominica, Bahamas), francesi dotati di radici africane o caribiche, polacchi come il nasuto Josef Schmidt, primo a toccare e a invadere la dimensione dei 17 metri (capitò a Olsztyn, il 5 agosto 1960), brasiliani come i meravigliosi Ademar Ferreira da Silva, Nelson Prudencio e Joao de Oliveira, finlandesi, svedesi, turchi, persino islandesi (nel ’56, a Melbourne, Vihjalmur Einarsson cedette per appena 9 centimetri proprio al calligrafico Ademar), un britannico di pelle bianca che nel ’95 riedificò la chiesa e costruì un cattedrale di tecnica e di grazia: Jonathan Edwards. E’ una lunga storia, è una lunga esplorazione e sulla carta geografica appaiono macchie azzurre.

Da Luigi Facelli, ligure di pura razza attestata al di là dell’Appennino, a Daniele Greco, salentino, passano 90 anni di stacchi, rimbalzi, atterraggi, urla di dolore e di gioia, picchi vertiginosi, amarezze, cadute e riscatti. Facelli - ostacolista e protagonista di una rivalità e di un’amicizia con lord Burghley che divenne facile etichettare “Il principe e il povero” - scherzò con l’hop-step-jump portandosi subito a ridosso dei 14 metri, che avrebbe superato in un’altra incursione datata 1930.

I 15 sarebbero stati toccati nel ’38 da Franco Bini e i 16 ventun anni dopo, a Varsavia, da Enzo Cavalli, in fondo a una lunga disfida, tra… equini e felini, con il genovese Pierluigi Gatti.

E’ poco più tardi, nel ‘65, che sulla scena irrompe Giuseppe Gentile, il fondatore delle fortune italiane, annunciato quest’anno al traguardo dei 70 anni. Il Giasone pasoliniano è il protagonista di un ’68 rivoluzionario, ma lui non è l’uomo a una dimensione. Ne ha due e lo dimostra tra il 17 e il 18 agosto a Chorzow, in Slesia, strappando dopo 32 anni, con 7,91, il record italiano di lungo a Arturo Maffei in dimensione berlinese e, il giorno dopo, aggiungendo un palmo al limite italiano toccando 16,74. Visto con la facilità dell’analisi a posteriori, è l’annuncio dell’impresa messicana vista, rivista, accarezzata a costo di pungersi con quelle spine di cui finì per essere adornata. Con quel record mondale (17,10) centrato in qualificazione, è più che probabile che il romano con sangue berbero (così Gianni Brera, innamorato di antropologia lo descrisse in una bella intervista pubblicata in un vecchio e memorabile numero di atletica), terzo della storia ad approdare in quella dimensione dopo Schmidt e il finlandese Pusi, abbia indicato la rotta giusta al resto della compagnia. Si trattava di sfruttare quel nuovo materiale elastico, l’altitudine della metropoli con la sua aria sporca ma pur sempre rarefatta, il vento a favore e spesso indicato a due metri giusti e proprio Gentile fu capace di sommare questi fattori all’esordio della finale guadagnando una seconda citazione nella cronologia del record del mondo quando il tabellone indicò 17,22. Saneyev lo superò per un centimetro, Prudencio di 5 e toccò all’agronomo nato sul Mar Nero chiudere la gara dei quattro record del mondo con il 17,39 della vittoria, la prima del suo tris olimpic.

Gentile, una coscia dolorante e quattro nulli, rimane l’unico nella storia olimpica ad aver firmato due record mondiali per raccogliere la medaglia di bronzo.

Quella misura diventò una delle colonne d’Ercole dell’atletica azzurra, proprio come altri acuti messicani che Pietro Mennea avrebbe lanciato undici anni dopo. Provò a doppiarle il bresciano Dario Badinelli che seppe rimbalzare con naturalezza sull’handicap per atterrare a 17,12 nell’86, riuscì nell’impresa ai Mondiali andalusi del ‘99 Paolo Camossi, quinto con 17,29 nella gara che vide il successo del tedesco di sangue africano Charles Friedek: il triplo, è il caso di rimarcarlo, è senza confini e non prevede differenze di pelle. E’ in questo momento che la storia smette di essere tale perché, accanto al goriziano, in scena entra un giovane laziale che ora conosciamo come veterano: in un’indimenticabile Notturna milanese, il 7 giugno 2000, Fabrizio Donato trova equilibri perfetti per uno stordente 17,60, Camossi risponde con 17,45 ma non basta per impedire il passaggio della corona. Si consolerà ampiamente di lì a nove mesi partorendo il successo ai Mondiali indoor di Lisbona, lasciandosi alle spalle il sovrano Jonathan Edwards e meritando l’abbraccio di chi oggi è piacevole ascoltare mentre impugna il microfono della Bbc.

Donato, marito di Patrizi Spuri (una delle quattro azzurre sotto i 2’ negli 800), papà di Greta, è quel che i tedeschi definiscono fiammifero a lenta combustione. Frenato da ricorrenti infortuni, piazzato di lusso, ossessionato dalla posizione più odiata (il quarto posto), diventa pericoloso non appena irrompe nella maturità dei 33 anni: vince il titolo europeo indoor del 2009, sfiora il bis due anni dopo a Parigi in una delle più fenomenali gare della storia (per il gommoso Teddy Tamgho record mondiale a 17,92, per lui 17,73), l’anno scorso è campione europeo a Helsinki e due mesi dopo, a Stratford, è bronzo olimpico pareggiando Gentile e magari lo avrebbe superato se Christian Taylor avesse regalato una terza "x" dopo i due nulli di un difficile ingresso.

Per dirla come gli alpini, Fabrizio è il vecio, Daniele Greco, di tredici anni più giovane, è il bocia, ma senza senso alcuno di subalternità. Grandi amici, spesso separati da spanne. Come ai Mondiali indoor di Istanbul, come ai Giochi di Londra. Separato dall’anziano gemello rimasto a casa, Daniele ha festeggiato a Goteborg il 24° compleanno con un salto nel presente che profuma maledettamente di invasione del futuro.


Daniele Greco (foto Colombo/FIDAL)


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