Sidoti, piccola e gigantesca Anna Rita

21 Maggio 2015

Il ricordo dell'azzurra, stella brillantissima della marcia a livello internazionale


 

di Giorgio Cimbrico

Anna Rita sbucò dal boccaporto e mise piede sulla pista dello stadio di Spalato in una giornata di vento umido, disordinato, adriatico che Steve Backley, poco prima, aveva saputo domare spedendo molto lontano il giavellotto. Backley, grosso come una colonna, stava ancora festeggiando quando comparve quella donnina, inaspettata ai più, anche a noi, e salutata dal pubblico con un impeto di simpatia. Quanti anni poteva avere quella bambolina, quella miniatura che, con un esercizio di banalità, si finisce per etichettare soldo di cacio? Ne aveva 21 e ora, a quasi un quarto di secolo da quel pomeriggio, Anna Rita Sidoti non c’è più.

Due anni fa, chiacchierando con un’inspiegabile e corazzata serenità con Pierangelo Molinaro, narrando con voce piana i suoi strazi, aveva detto che non aveva mai trovato un avversario duro come il cancro, ma che non gli avrebbe ceduto. La lunga marcia è finita ieri, spazzando via questa piccola-grande donna, campionessa d’Europa due volte, quasi tre, campionessa del mondo, mamma di Federico, Edoardo e Alberto, autrice di un’incursione cinematografica con un film duro e spietato (“Le Complici”) senza sport dentro, protagonista di una lunga lotta da cui esce sconfitta e invitta.

Ritorno a Spalato, in quello stadio che di lì a poco, come il corpo di Anna Rita, conobbe offese, quelle della guerra. Se la spedizione italiana aveva speranze di medaglia, erano concentrate soprattutto su Ileana Salvador, l’unica che potesse far breccia dentro il terzetto sovietico. Passata la boa della metà, qualche crepa andò a disegnarsi sulla facciata della gara: il pianto disperato di una delle ragazze in canottiera rossa e il tentativo di andare avanti, malgrado la sentenza di squalifica che era stata pronunciata, monopolizzarono le immagini girate nelle strade spalatine povere di folla e colorate d’afa. La situazione, più che incerta, era sconosciuta. Sino a quando lo scricciolo entrò, con le mascelle ben serrate e solo un accenno di sorriso. Siciliana come il piccolo padre di quegli Europei, Salvatore Antibo detto Totò, cavallino arabo, lo chiamavamo, per le sue ardite pazzie, per le sue galoppate improvvise. Totò, palermitano di Altofonte, venne affiancato da una messinese di Gioiosa Marea, un nome bellissimo, di spume e di piccole onde che si arrotolano sulla spiaggia, capaci di sprofondare l’isola nel suo passato mitologico e omerico. Di quel mondo Anna Rita poteva essere una piccola naiade, una ninfa. Il primo impatto con il mondo arruffato e cosparso di umidità dei cronisti la vide sulla difensiva: poche parole. Tutto quel che provava dentro, poteva esser letto nella gioia dei suoi occhi.

Prima di un’altra giornata importante (Budapest ’98), durante la chiacchierata della vigilia, scoprimmo che le tre ragazze che stavano per prendere il via erano un trio d’archi: Betty Perrone era la dolcezza della viola, Erika Alfridi la robustezza del violoncello, Anna Rita era la nota penetrante del violino, che spesso conduce, espone i temi, li sviluppa, invita gli altri strumenti a unirsi al “tutti” che crea la gioia del suonare assieme, del marciare verso un obiettivo. La sera dopo, dopo il suo secondo titolo europeo, davanti ad Erika, vennero improvvisate danze in un giardino, sotto la pergola, e le antiche timidezze svanirono. Anna Rita aveva indossato un vestitino nero, portava un filo di trucco e offriva una felicità che non apparteneva più a una sfera molto privata. Tutto molto comprensibile: in quel momento era lei il punto di riferimento di un movimento italiano radicato nel tempo e nelle vittorie e, dopo il trionfo di Atene ’97, offerto in pista, sotto gli occhi di tutti, della marcia mondiale.

Quelli furono i suoi momenti felici, seguiti dal matrimonio, dalle maternità, dall’avventura cinematografica, dall’impegno per i giovani, sino al momento in cui, era il 2009, il male si manifestò senza che lei ne nascondesse il progredire, gli attacchi che doveva subire in ogni parte del suo corpo, i tentativi di difesa, le cinque operazioni. Aveva la volontà resa dura dalle distanze che aveva scelto, dall’esercizio aspro che spesso si trasforma in tormento. Sino all’ultimo chilometro, consumato oggi. Rimarrà e non verrà cancellata quell’immagine, quell’ingresso nello stadio di Spalato. Ma chi è? Anna Rita Sidoti, piccola e gigantesca. Addio.

L'ULTIMO SALUTO - I funerali saranno celebrati domani, venerdì 22 maggio, alle ore 16 nella chiesa dello Spirito Santo di San Giorgio, a Gioiosa Marea (Messina).

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