Pietro Mennea una vita in corsa

21 Marzo 2013

Il ritratto dell'olimpionico di Mosca 1980

di Giorgio Cimbrico

Si è portato via i suoi record, le sue vittorie. Tutti imbattibili.  E in morte di Pietro Mennea basterebbe così: gli elogi brevi sono i più convincenti. Rimane da narrare l’uomo a molte dimensioni, più sfaccettato di un diamante: pieno di rabbia, da tormento ed estasi, capace di metamorfosi che cambiavano volto e anima. Tutto in pochi metri, in pochi decimi.

E così l’immagine di una vita che si è spenta, l‘immagine sempre accesa non è quella del record del mondo, lo stordente 19”72 che spazzò Tommie Smith, una specie di prova in solitario nell’aria rarefatta di Mexico City. L’immagine è la rimonta di Mosca ’80: Allan Wells, lo scozzese volante che sapeva correre sul ghiaccio, prende un avvio devastante e Pietro è là, al largo, in un ritardo che diventa abissale, ultimo allo sbucare della curva sul rettilineo, e davanti alla possanza di Wells è piccolo, contratto, macchinoso in quell’azione di braccia, e chi è là, al Lenin di pietra cruda, ha capito che non c’è più nulla per cui fremere perché è andata. Tempo più non v’è, dice il commentatore quando sta per trascinare don Giovanni all’inferno. E invece Pietro trova tempo e spazio in quel poco che gli è rimasto: reagisce, si avvicina, acchiappa Wells dentro gli scacchi che indicano che la linea è vicina, si mette davanti, alza un dito e quel viso aggricciato cambia, si apre in un sorriso enorme, di una serenità assoluta.

Quel giorno, in quel momento, con quella trama scritta a un anonimo maestro del thriller (o forse tracciata dalla sua stessa psiche) cancellò la placcatura d’oro della medaglia e la rese del metallo prezioso, e poi si sbloccò, diventò il protagonista di un’estate travolgente, il franco cacciatore che infilzava tutte le prede, le appendeva alla cintura senza dar troppa importanza al carniere. Contava lui, la sua volontà, l’attimo fuggente. Per anni Carlo Vittori ha ripetuto che fossero tornati lassù, ai 2200 metri dell’altopiano messicano, Pietro avrebbe corso tra i 19”50 e  19”60, avrebbe reso ancora più solido, ancora più irraggiungibile quel record del mondo che ha tenuto per quasi 17 anni, superato di sei centesimi di Michael Johnson ai Trilas olimpici del ’96 prima che il texano bruciasse la gomma di Atlanta nello stordente 19”32 della nuova era. La freccia del Sud superata dall’espresso di Waco. Bolt, un’evoluzione della specie, sarebbe venuto dopo.

In pista una vita lunga, con una valanga di immagini, di sensazioni, di ricordi che in queste ore si ammucchiano, invitano allo sgomento. Tutto spazzato, tutto terribilmente ancora vivo. Si va avanti a tentoni con salti temporali, con commossi flash back: trent’anni fa Pietro venne a Genova costipato, in una giornata di neve e corse i 200 in 20”74, riunendo le due corone nelle sue mani. Quel giorno, illuminato da uno dei rari squarci di serenità, si avventurò persino in uno scherzo telefonico: riuscì a rintracciare Vittori, a Dakar con il resto della banda dei velocisti e gli disse che aveva corso un paio di gare: “6”74 nei 60, professo’”. “Bravo Pietro”.”E poi 21”10 nei 200” “Eh no, Pietro, questo non va bene”. “Professo’, ho fatto 20”74, il record del mondo” “E dalla lontana parte del filo venne un ruggito. E sei mesi dopo, nel primo Mondiale globale, senza assenti, corsi a 31 anni compiuti, riportò indietro le lancette: terzo ai Giochi di Monaco di Baviera, terzo sotto la torre di Helsinki, dietro Cavin Smith, a dieci centesimi da Elliot Quow d’argento. E toccò a lui guidare i cuccioli Carlo Simionato, Stefano Tilli, Pierfrancesco Pavoni a quel secondo posto che ancora oggi rappresenta il più tonante risultato di un quartetto azzurro. Davanti solo loro, gli Usa.

Ecco, gli americani. Una croce affrontarli, una delizia batterli e poter dire che ce l’aveva fatta lui, magro, leggero, senza definizioni muscolari. Quando in una Notturna di Milano mise in fila una buona parte dell’aristocrazia, celebrò quella vittoria come una medaglia importante, più o meno come capitò quando per la prima volta si lasciò alle spalle Valeri Borzov, un altro robusto spettro che aveva agitato le sue notti, i suoi giorni di fachiro dell’allenamento, di suscitatore di un doping naturale che scaturiva da dentro, dalle fibre più riposte, dai processi chimici consentii dalla natura. Vittori il ricercatore aveva trovato l’allievo disposto a seguirlo sui sentieri dell’allenamento più duro e sofisticato.

Immagini, istantanee, ricordi, Mennea sembrava un personaggio di Osborne: aveva la rabbia, il desiderio di riscatto, la cocciutaggine, la voglia di dire al mondo e a se stesso che da Barletta era venuto il più veloce, il più duraturo nel tempo, il più ostinato, il più polemico, quello che cedeva un attimo ai dubbi, annunciava l’addio e poi tornava e se ne andava e tornava ancora. Così sino a Seul ’88, la sua quinta Olimpiade. I tedeschi lo chiamavano Mennea die Alt, Menne il Vecchio, come un grande pittore. Controverso e amatissimo: a un campionato di staffette, al campo scuola di Genova, vennero in 5.000 e la folla traboccava, guardava da lontano con il binocolo il campione della sofferenza, del sacrificio.

“Sputava l’anima” ha detto Livio Berruti. Non si sono mai amati, gli azzurri che nel giro di vent’anni hanno messo le mani sull’oro olimpico dei 200. Livio il calligrafico era la gioia e il gioco; Pietro, il sacrificio e la sofferenza. E così verrà ricordato. Un meraviglioso irriducibile, quello che non era nato cavaliere ma aveva meritato l’investitura per il suo valore.

File allegati:
- Archivio FOTO


Condividi con
Seguici su: