Olimpiadi, lo spettacolo dell'atletica




 

Dopo 18 medaglie d'oro già assegnate e 29 ancora in gioco, le Olimpiadi di Pechino ci offrono l'occasione per tirare un po' di somme dopo poco più di un terzo del programma delle gare di atletica leggera. Sono già 23 le nazioni salite sul podio e 43 quelle che hanno avuto accesso alla classifica a punti (primi otto classificati). In una distinzione per aree, in zona medaglia troviamo finora nove nazioni in rappresentanza dell'Europa, una nord-americana (gli USA), una sud-americana, quattro dell'area centro-americana (sei in totale per il continente americano), cinque africane, due oceaniche e una asiatica. La classifica parziale a punti, dopo le prime quattro giornate di gare, vede al comando la Russia con 81 punti, seguita dagli Stati Uniti con 75, dal Kenya con 69, e dalla folgorante Giamaica con 47. A seguire Bielorussia, Etiopia, Cina, poi Ucraina e Cuba a pari merito.  

Medagliere: tre gli ori per la Russia (sei medaglie in totale e anche due primati del mondo), due ori a testa per Stati Uniti (nove medaglie totali), Kenya (sette medaglie), Giamaica (quattro medaglie) Etiopia (tre medaglie). Senza ori, ma con cinque meadglie (tutte nel settore lanci), la Bielorussia. Più di una medaglia anche l'Ucraina (tre, di cui una d'oro) e Cuba (due). Medaglie "di legno", ovvero quelle dei quarti posti, spesso condite da rimpianti: la Russia, finora, ne ha collezionate ben quattro, la Cina tre. 

Tre i primati del mondo registrati finora, uno al maschile e due al femminile: il 9.69 di Usain Bolt sui cento metri, l'8:58.81 della russa Samitova-Galkina nelle siepi (specialità al debutto olimpico, con abbattimento del muro dei nove minuti), e quello di ieri di Yelena Isinbayeva. A questi vanno aggiunti due primati del mondo junior, entrambi di stampo kenyano: quello di di Pamela Jelimo sugli ottocento metri (oro) e quello di Linet Chepkwemoi Masai nei diecimila della giornata inaugurale del programma di atletica.  

Re, regine, sorprese, psicodrammi 

Riviviamo in ordine cronologico la carrellata di quanto accaduto finora, finale per finale, iniziando dalla prima sessione del 15 agosto, con l'assegnazione dei titoli del peso maschile e dei diecimila metri femminili. 

Peso uomini: USA, sogno proibito 

Le finali del getto del peso sono quanto di più strano e imprevedibile possa stravolgere le gerarchie consolidate: dopo due successi targati USA a Barcellona ed a Atlanta (con Stulce e Barnes, entrambi squalificati a vita successivamente), l'Europa veniva da due successi con il finnico Harju e l'ucraino Bilonoh. Harju non seppe poi più ripetersi, per problemi fisici e soprattutto per il dolore procuratogli dalla prematura morte della fidanzata, mentre Bilonoh ha altalenato il rendimento pur restando nei piani alti dei valori della specialità.  

Il vincitore Majewski, un barbuto gigante di 2.04 di altezza, portava in dote il bronzo dei mondiali indoor di quest'inverno ed il quinto posto ai mondiali all'aperto della scorsa stagione. Ha migliorato il primato nazionale fin dalle qualificazioni, e poi ha concesso bis e tris in finale. E' stata la sua giornata, ed in fin dei conti è stato anche lo specialista che ha litigato meno con la tecnica (la tradizionale traslocazione). Nel corso della stagione, prima dei Giochi, quindici gare con sette vittorie. In Coppa Europa perse dal tedesco Sack, qui uscito in qualificazione. Primo choc per gli USA (ne seguiranno altri), con due tra i favoritissimi in piena crisi: Hoffa ha pagato il nullo iniziale cercando una misura interlocutoria per non correre rischi, poi il nervosismo e la voglia di recuperare a tutti i costi ne hanno minato le possibilità. Nelson ha pagato un infortunio nella regione intercostale a quattro giorni dalla gara, che non gli ha permesso di dipanare tutti i meccanismi del lancio (rotazione) senza avvertire dolore. Questa è la ragione dei primi due lanci finiti fuori settore, e del nullo conclusivo sull'onda della disperazione.  

Diecimila donne: Dibaba atto primo 

E' di ieri sera la notizia che Tirunesh Dibaba correrà anche i cinquemila metri, dopo che inizialmente la scelta era ricaduta solo sulla distanza doppia. L'etiope ha vinto l'oro in 29:54.66, seconda prestazione di tutti i tempi dopo il primato della cinese Wang Junxia (nella prima delle due ondate di record mondiali fantascientifici, risalente al 1993), ma parte del merito va senz'altro alla etiope naturalizzata turca Abeylegesse, già primatista mondiale sui 5000, che ha tenuto altissimo il ritmo negli ultimi quattro chilometri giungendo anche al primato europeo. Grazie, dalla Dibaba, anche a Lornah Kiplagat, che era convinta di giocarsela fino in fondo con passaggi velocissimi di tre minuti a chilometro, tattica poi rivelatasi suicida. 

Marcia 20 chilometri: primo oro russo 

Dopo l'oro di Atlanta e i quarti posti di Sydney e Atene, Jefferson Perez ha trovato un avversario forte dei dodici anni in meno di età nel giovane russo Borchin (già sospeso nel 2005 per doping e rientrato in tempo per mettersi al collo l'argento europeo a Goteborg). Pur se quotato, ha destato una certa sorpresa il bronzo conquistato dall'australiano Tallent. Eccellente il comportamento del campione olimpico uscente Brugnetti, quinto e superato nel tratto finale dalla marcia scombinata del giovanissimo cinese Hao. Nuova delusione per lo spagnolo Fernandez, che dopo l'argento di Atene puntava decisamente all'oro, ed ha concluso settimo. 

Peso femminile: trionfo Maori 

La gigante neozelandese Vili-Adams è atleta che nelle finali va giù duro: è abituata fin da giovanissima, grazie ai trionfi del mondiale under 18 del 2001 e del mondiale junior dell'anno successivo. Alta quasi due metri, sposata col discobolo franco-caledoniano Bertrand Vili, ha vinto l'oro condendolo col primato dell'Oceania, proprio come ad Osaka dodici mesi fa. Cinque lanci oltre i venti metri per la certezza dell'oro, poi la rinuncia alla sesta prova a vittoria acquisita. Ben otto atlete sopra i 19 metri in una atipica finale a quindici, frutto di una qualificazione ricca di lanci lunghi. Hanno raccolto meno del previsto soprattutto le tedesche Kleinert e Schwanitz.  

100: Bolt sposta in avanti “il limite” 

Non il limite dei cento metri, che era nell'aria, e che sarà probabilmente migliorato ancora. Qui è il limite del genere umano che è messo in discussione dalle imprese di questo incredibile talento, già meraviglioso a quindici anni, e frenato prima d'ora dal mix di una crescita fisica ancora non ultimata e dalla collegata sensibilità muscolare. Divenuto da ragazzo a uomo, non ce n'è stato più per nessuno. Non ci sono dati che possano far risalire a cronometraggi ufficiali di Bolt sui cento metri prima del meeting greco di Rethymno, datato luglio 2007. Prima di allora, i 200 erano il suo esclusivo terreno di caccia, conditi da qualche estemporanea uscita giovanile sui 400 (con crono da brivido).  

La straordinarietà di Bolt risiede in più di una considerazione: alto come nessun altro sprinter dell'era moderna, ogni volta che corre dà l'impressione di avere ancora ulteriori margini di miglioramento cronometrico. A New York, in occasione del mondiale di 9.72, corse su una pista bagnata. Nei quarti ha rallentato in maniera clamorosa, chiudendo in 9.92! Nella finale ha iniziato a fare omaggio di sé alla tribuna agli 80 metri e a offrire il petto lasciando che la gambe girassero da sole, col busto rivolto a destra. Dai cinquanta ai settantacinque metri ha operato una accelerazione mai vista.  Con solo sette zampate ha coperto tutta la lunghezza dei cerchi olimpici che sono disegnati sulla pista di Pechino. Una impresa di bellezza secolare, con l'ultimo classificato a 10.03. Mai vista una cosa così. 

Maratona: successo  romeno 

Constantina Dita-Tomescu aveva vissuto la migliore stagione da maratoneta nel 2005, quando era arrivata al bronzo mondiale e poi si era laureata campionessa del mondo di mezza maratona. Nelle stagioni dal 2002 al 2007 ha sempre ottenuto prestazioni inferiori alle 2:24:30, ed ha anche trionfato a Chicago l'anno precedente. E' stata la maratona della nuova delusione olimpica per Paula Radcliffe, giunta in condizioni poco meno che precarie, e dell'unica medaglia cinese conquistata fin qui, nonostante Zhou Chunxiu partisse coi favori del pronostico assieme alle etiopi, che invece si sono inabissate senza appello. 

Martello: Slovenia, finalmente 

Il primo oro dell'atletica slovena ha il nome di Primos Kozmus, simpatico e proporzionato ragazzo di Novo Mesto. In famiglia il martello è pane quotidiano. Sua sorella è stata primatista nazionale anni fa. Da 4-5 stagioni ai vertici della specialità, quest'anno aveva perso solo in una occasione, nella Coppa Europa di Istanbul, dall'ungherese Pars. Finalista a Parigi, Helsinki, Goteborg e Osaka (dove fu argento), è stato l'unico finalista a centrare una serie tutta oltre gli 80 metri. La gara è stata superlativa al secondo turno, dove in cinque hanno superato gli ottanta, ed è lì che è arrivato il lancio vincente di 82.02. 

Siepi femminili: oro e mondiale 

Bella ed elegante, Gulnara Samitova-Galkina deteneva già il primato del mondo della specialità. A Pechino ha abbattuto il muro dei nove minuti, dando un senso di spettacolarità al debutto olimpico delle siepi femminili. Imbattuta quest'anno, è transitata ai mille metri in un incredibile 2:58.63, ha corso il secondo chilometro in 3:02 e spiccioli, l'ultimo in 2:57.6; le russe puntavano al tris sul podio, ma l'africana Jepkorir e la spagnola Dominguez avevano le qualità per mettersi in mezzo. La kenyana ha recuperato il gap in rettilineo arrivando all'argento, la spagnola è drammaticamente incocciata in un ostacolo per la stanchezza proprio nel tratto finale, con l'impossibilità di mantenersi in equilibrio nel tentativo di rialzarsi. La Dominguez era alla quarta corsa della carriera sulle siepi, dopo due ori europei e due argenti mondiali sui cinquemila metri. 

Triplo: storico bis del Camerun 

Negli ultimi quattro anni le protagoniste della specialità sono rimaste le stesse. Francoise Mbango Etone (oro ad Atene), la greca Devetzi, la russa Lebedeva, un po' meno la Pyatykh. I nomi nuovi delle ultime stagioni sono stati quelli della cubana Savigne e della slovena Sestak. Dopo il titolo olimpico di quattro anni fa, la camerunense dallo sguardo triste ha gareggiato ancora un anno (con scarsi risultati e saltando i mondiali), ha avuto un figlio, è stata ferma due anni ed al ritorno ha dovuto combattere con l'ostracismo della propria federazione, come ritorsione della sua assenza ai Giochi Africani del 2007.  Era rientrata in aprile a Yaoundé, ma dopo due salti (il migliore a 14.50), il massimo dirigente dell'atletica del Camerun aveva imposto ai giudici il divieto di misurare i salti successivi dell'atleta. La questione si è risolta con la sua partecipazione ai Giochi Africani del maggio scorso, con vittoria e 14.76. Ha perso solo a Saragozza e Lilla, per il resto solo vittorie.  

100 donne: Giamaica con sorpresa 

Shelly-Ann Fraser, fino alla scorsa stagione, aveva un primato di 11.31 sui cento metri. Quest'anno aveva avviato la stagione alle Penn Relays di Philadelphia, poi aveva vinto a Rio e scesa a 11.28 a Belem, sempre in Brasile. La trasformazione ai Trials di Kingston: 11.02 in batteria (!), 10.85 nella finale-incubo per Veronica Campbell, solo quarta in 10.88! Dopo due settimane è tornata in gara a Lignano Sabbiadoro, nella sua unica apparizione italiana, dove si allena per alcuni periodi col gruppo del coach Francis che comprende anche Asafa Powell. E' la più minuta ma la più potente delle giamaicane, dalle frequenze elevatissime.

La finale di Pechino è stata viziata sui blocchi dal movimento delle spalle di Torri Edwards, che può in qualche modo aver influenzato la vicina di corsia Stewart. In ogni caso, la Fraser, con 10.78, non ha e non avrebbe lasciato scampo a nessuno.  Anche sui cento femminili la Giamaica arriva per la prima volta all'oro olimpico, e porta addirittura tutte e tre le sue rappresentanti sul podio. Argento condiviso tra la Stewart e la Simpson, che riporta in parità il conto con la sfortuna per il grave infortunio di un anno e mezzo fa. Stati Uniti boccheggianti: su sei medaglie a disposizione nelle due gare di 100, si sono dovuti accontentare del bronzo di Dix nella gara maschile. Tanto rumor (ai trials) per (quasi) nulla. 

10000 maschili: Bekele-bis 

Occorre risalire ad Alberto Cova (Los Angeles 1984) per trovare sul gradino più alto del podio un atleta non africano. Non era questa l'occasione, e chissà per quanto durerà ancora. In 27:01.27 Bekele ha centrato il secondo oro olimpico sulla distanza, ed un simile bis l'ha realizzato Sihine, argento a distanza di quattro anni. Tra i primi sei anche Gebrselassie e Tadese, ad Atene quinto e terzo. venti uomini sotto i 28 minuti. Il turco Bayrak (ma era etiope fino a pochi mesi fa) ha corso in 27.29.33. 

Disco: profilo basso 

La statunitense Stephanie Brown (ora signora Trafton) deteneva un personale di 61.90, risalente a quattro stagioni fa. E' capitata al momento giusto per lei, forte di sensibili progressi in una stagione, quella attuale, dove per ben undici volte aveva lanciato oltre il vecchio limite. E' stata fortunata: la Dietzsch ha avuto problemi di pressioni e si anche infortunata a un piede, la russa Pishchalnikova è stata fermata per doping, l'altra russa Sadova (a sua volta appena rientrata dopo due anni di squalifica) ha pasticciato la qualificazione, e la Grasu ha sbagliato una gara che poteva soltanto vincere. L'ultima Olimpiade con una misura più modesta di quella della Brown (64.74) è stata a Messico 1968. 

Asta: maxi-Yelena 

Due salti, oro. 4.70 alla prima, bis a 4.85 e pratica risolta. Ad Atene ce ne vollero sei, e anche col brivido. La Isinbayeva, con il secondo oro olimpico già al collo, ha cercato a tutti i costi il primato, passando per la misura interlocutoria di 4.95, per scaldare le mani. Sei salti, con tre quarti del pianeta a lasciarsi ipnotizzare dal suo sguardo senza incertezze, et voilà, ora sono 24. Ancora undici, e diventerà il clone a tutti gli effettidi Bubka.  

Lungo: "oh mamaçita Panama dov'è" 

"Con l'ambasciata portoricana è al quinto mambo stasera, chissà le facce sapessero di agitarsi su una polveriera". Ventisette anni fa Ivano Fossati cantava "Panama": la polveriera l'ha trovata ieri Irving Saladino sulla pedana del lungo, nel giorno del primo oro olimpico assoluto per il piccolo stato centro-americano. La miccia è esplosa al quarto round di salti, quando il sudafricano Mokoena ha finalmente cavato dalle lunghe leve l'8.24 del temporaneo primo posto che ha fatto venire i brividi al panamense.  In difficoltà nelle qualificazioni (due nulli, poi l'8.01 del lasciapassarre), Saladino non è stato il dominatore della gara, ma ha vinto perché immensamente dotato di talento, come ampiamente dimostrato nelle ultime stagioni. Dopo un avvio strepitoso di stagione (8,73) ha pagato dazio ad un infortunio (il secondo della stagione) e si è ritrovato a Osaka con i conti da far tornare. C'è riuscito, ma senza l'exploit. L'oro non si conquistava con una misura così poco ridondante da 36 anni. A 7.94 c'era l'accesso alla finale, e questo ci fa ancora più male. 

3000 siepi uomini: salta il tris 

Un francese di origine nordafricana ha rischiato di far saltare il banco kenyano delle siepi. Non Tahri, ma la sorpresona Mekhissi, alto 1.90 e dal fisoco potente per un siepista. Il triumvirato Kemboi-Kipruto-Mateelong è stato minato anche per la scarsa vena di Kemboi, olimpionico uscente, che ha chiuso settimo. Kipruto, settimo a sua volta a 150 metri dal traguardo, ha confezionato il capolavoro a 4 anni dall'argento di Atene. Si affacciano gli etiopi: il meno conosciuto dei tre, Jarso, ha trovato spazio in finale e colto un efferato quarto posto. Quinto Tahri, che migliora due posizioni alla seconda finale olimpica dopo aver creduto in qualcosa di più consistente. 

800: Jelimo di schianto 

Onore a Janeth Jepkosgei, che ha cercato coraggiosamente (e a rischio suicidio) l'unico modo possibile per contenere lo strapotere della 18enne connazionale Jelimo, nuova protagonista degli 800 metri femminili: mettersi davanti a lei. E' durata 300 metri, poi la Jelimo ha iniziato a prendere il largo (55.41 ai 400, per una che aveva 54.88 di personale solo 10 mesi fa..), e incredibile 1:23.03 ai 600 metri. L'1:54.87 finale è anche il quarto primato mondiale junior stabilito dalla Jelimo nel corso della stagione. Gara eccezionale, con 4 atlete sotto l'1:57 e sette in meno di 1:59. Magnifica la marocchina Benhassi, ancora sul podio dopo l'argento di Atene. Maria Mutola, all'ultima recita planetaria, chiude quinta in 1:57.68. 

400 ostacoli: il ritorno dell'Angelo 

Su Angelo Taylor gravava il peso di poter completare un podio a stelle e strisce, dando per quasi certe le attribuzioni delle prime due piazze al duo Clement-Jackson, primi o secondi in base alle diverse correnti di pensiero. Invece l'olimpionico di Atlanta, a otto anni di distanza, ha stravolto i pronostici andando a riprendersi non solo il podio, ma addirittura l'oro, e con un margine ancora più consistente di quello di Sydney, quando vinse per tre centesimi. Taylor ha vinto perché i suoi due connazionali sono andati in bambola, preoccupandosi l'uno dell'altro, mentre lui, che è tornato fortissimo già lo scorso anno anche sul piano, ha spadroneggiato già dopo il secondo ostacolo, prendendo in anticipo il largo. Tripletta americana, possibile ala vigilia, ma con esiti rovesciati. Ossigeno puro per gli USA. In attesa delle temute “via crucis” dei 200 (leggasi Bolt e Campbell-Brown) e delle staffette, dove gli USA possono prendere o perdere tutto.

Marco Buccellato  

Nelle foto, Tirunesh Dibaba e il trionfo di Usain Bolt (Giancarlo Colombo per Omega/FIDAL)




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