Muir, la cacciatrice di record

07 Gennaio 2017

La non ancora 24enne scozzese ha migliorato il primato britannico sui 5000 indoor (14:49.12 a Glasgow, seconda europea alltime), dopo quello dei 1500 all’aperto


 

di Giorgio Cimbrico

Laura Muir ha un faccino dolce, quasi malinconico, ma in pista sa snudare lo spadone di Braveheart e ripropone uno stile che l’uso delle lepri sembrava aver cancellato: la corsa di testa, senza paura, da cuore impavido. Non è un caso venga da Milnathort, non lontano da Stirling, dove William Wallace diede filo da torcere agli inglesi di Edoardo I nei pressi di un ponte strategico, e da Bannockburn, uno dei luoghi sacri della scozzesità.

Il primo acuto del 2017 viene dalla ragazza che a maggio farà 24 anni, studentessa di veterinaria a Glasgow: mercoledì, al ritorno da un periodo di allenamento in Sudafrica, 14:49.12 nei 5000 indoor, nona di tutti i tempi, 14 secondi di progresso sul record britannico, vecchio 25 anni, di un’altra scozzese, la magrissima Liz McColgan. La prestazione ha provocato in Laura una giustificata carica di ambizione, spingendola a confidare che ai Mondiali di Londra potrebbe tentare di inseguire 1500 e 5000, per imitare quel che riuscì ai Giochi Olimpici a Paavo Nurmi e a Hicham El Guerrouj e ai Mondiali a Bernard Lagat. Ci ha provato a Pechino Genzebe Dibaba e l’impresa non è riuscita.

In una nazione dove la caccia ha sempre rivestito importanza (cervi rossi e grouse, le maxi-pernici, le prede più ambite), Laura recita da Diana, la dea protettrice dell’arte venatoria: nel 2014 ha messo le mani sul vecchio record scozzese di Yvonne Murray andando a sfiorare, per sette centesimi, la barriera dei 4 minuti e l’anno scorso ha dato la scossa impadronendosi del limite britannico che apparteneva a Kelly Holmes: il doppio oro ad Atene su 800 e 1500 convinse la Regina a includere il sergente dell’esercito nell’elenco degli Honours per trasformarla in Dame Kelly Holmes, come Sally Gunnell, Helen Mirren, Maggie Smith. Ma il 3:57.49 di metà luglio agli Anniversary Games di Londra ha avuto vita breve perché a fine agosto, a Parigi, è arrivato il 3:55.22 che ha spedito Laura al 13° posto nella lista di tutti i tempi, una graduatoria che risente pesantemente della famigerata messe raccolta dalle cinesi nelle annate 1993 e 1997, quando a Pechino e a Shanghai le statistiche furono terremotate dal reparto rosso femminile di Ma Junren.

Oggi pare non sia più politicamente corretto puntualizzare l’appartenenza a una razza, ma è un fatto che oggi Laura compaia al quarto posto assoluto tra le “caucasiche”, alle spalle di Tatyana Kazankina, di Paula Ivan e di Olga Dvirna e al primo per quanto riguarda quel che un tempo veniva chiamato il blocco occidentale.

Tra l’uno e l’altro record nazionale, la finale olimpica di Rio, una gara iniziata al piccolo trotto che proprio Laura è andata ad animare con un progressivo lanciato ai 500 finali, pensato non come un tentativo velleitario, ma come una fuga per prendersi il bersaglio grosso, andato alla kenyana Faith Kipyegon. Laura settima, ma con l’orgoglio di chi ha voluto giocare sino in fondo le proprie possibilità. Di questi tempi non è frequente sentire battere un cuore così generoso.

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