Missoni, stile olimpico

09 Maggio 2013

Il ricordo di una carriera da atleta culminta con il sesto posto nei 400hs ai Giochi Olimpici di Londra 1948 fino ai successi da imprenditore nella moda

 

Torna a Trieste ai primi di agosto, a casa trova suo padre, vecchio omo de mar: “Otavio (una t sola, l’accento è dolce…), ti g’ho visto al cinegiornal. Ti ga fa ultimo”. “Papà, s’eran le Olimpiadi, gh’eran tutti i migliori del mondo”. “Sì, sì, ma ti ga fa ultimo”. E' il racconto di uno degli aneddoti che hanno segnato la vita di Ottavio Missoni. Perfetto per inquadrare lui, la sua antica razza dalmata, bella e orgogliosa. Può uno zaratino far ultimo, malgrado una lunga serie di giustificazioni, che possono prendere il via con gli anni passati dietro a un filo spinato, nel deserto d’Egitto, negli anni più rigogliosi della giovinezza? Per i comuni mortali probabilmente sì, per loro, la razza cresciuta nei fiordi della Dalmazia e sui mari di tutto il mondo, no. I dalmati, sempre primi.

Molti anni fa, quando festeggiò 70 anni, Ottavio riunì gli amici nella villa di Sumirago e raccontò, sino a quando la notte palpitò correnti fredde, la bellezza assoluta delle estati zaratine: le gare di nuoto in porto, le regate spontanee sui barchini che ogni ragazzo riceveva come dono da padri e zii che avevano acqua salmastra nelle vene, le sfide alla corsa, le pietre piatte spedite a rimbalzare sul’acqua. Erano magnifici e nobili scugnizzi e per loro era sufficiente provarsi dentro i canoni dello sport per far gridare al miracolo chi assisteva ai loro mozartiani debutti. Ottavio corse i 400 in meno di 48” a 17 anni, quando vinse una specie di campionato europeo giovanile: si svolgeva in una Vienna appena reduce dall’Anchluss. Era l’Europa che cambiava volto, che continuava a cambiarlo.

Lui era nato a Ragusa l’11 febbraio 1921 sotto il regno nuovo di zecca dei Karageorgevic, una delle invenzioni del trattato di Versailles, ma come tutti i compagni di mare e di costa, non si sentiva “sciavo”, ma veneziano. C’è un vecchio palazzo, in quelle città di mura e di campanili, in cui non compaia il Leone di S. Marco con il libro aperto (pace) o chiuso, se era il tempo della guerra contro il Turco?

E così nel 1940 Ottavio è un soldato del Regio Esercito e due anni dopo finisce in una di quelle interminabili colonne di prigionieri che marciano verso Alessandria: Montgomery ha vinto la sua sfida (impietoso scriverà degli italiani: “si arrendevano a greggi, con i generali in pigiama”), la battaglia di El Alamein è finita e comincia il tempo della prigionia. Durerà sino al 1946 quando Ottavio può tornare a casa: a 25 anni, un veterano della vita. Torna a incontrare Giorgio Oberweger, un altro italiano di frontiera, con mille rivoli di sangue mitteleuropeo, discobolo, ostacolista, allenatore, commissario tecnico, inventore. Per chi lo conosce e non può fare a meno di amarlo, un albatros che sbatte le braccia come ali, un genio. “Torna a correre”, gli dice e intanto gli propone di metter su, con lui, un laboratorio di maglieria. Non si vive di sola atletica.

In quel tempo che pare vicino ed è lontanissimo, in cui lo sport veniva praticato per il gusto di un amore spontaneo, un giovanotto di 27 anni è considerato un maturo illuso.

Ottavio si mette in testa di uguagliare Luigi Facelli, il soffiatore di vetro di Acqui Terme che aveva imparato i rudimenti dell’atletica durante i servizio militare e ad Amsterdam, nel 1928, aveva raggiunto la finale dei 400hs, il giorno dei giorni per Lord Burghley, marchese di Exeter, che con il plebeo azzurro avrebbe stretto una profonda amicizia. Sesto Facelli, vent’anni dopo sesto Missoni sulla pista di Wembley, a due secondi abbondanti da Leroy Cochran, nono rampollo di una sterminata famiglia del Mississippi. “Fu in quei giorni che lo vidi e riuscii a scambiare qualche parola”: e così il filo del racconto passa a Rosita Jelmini, educanda che il suo collegio aveva portato in viaggio di istruzione a Londra olimpica e che il destino conduce all’incontro con questo giovane di apollinea bellezza. La famiglia Jelmini ha un’azienda di scialli e filati, l’ordito perfetto per quel che verrà tessuto in sessant’anni di vita in comune, trascorsi dentro intuizioni cromatica che trasportano dentro fantasie da Asia centrale.

Ottavio, il più elegante casual che abbia frequentato il globo, non ha mai allentato il legame con l’altro grande amore della sua vita: master, ultramaster, scalando, con il trascorrere del tempo, le categorie più estreme, quelle degli over 80, degli over 85, ora gli over 90, rassegnandosi a esercizi meno dinamici. L’ostacolista ora lanciava il peso. “Un’occhiata ai necrologi del Corriere per capire chi dovrò affrontare”, scherzava sull’inevitabilità del tempus fugit. In questi anni quello che finì ultimo a Londra, è arrivato molte volte primo. Addio.    

Giorgio Cimbrico

Dalla rivista "Atletica" 1/2011, due articoli dedicati ai 90 anni di Ottavio Missoni:
"Missoni, primo sul filo di lana" di Augusto Frasca
"Dall'Istria con amore" di Roberto L. Quercetani

 

File allegati:
- La SCHEDA di Ottavio Missoni


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