Gebre: ''Correre è la mia vita''

11 Maggio 2015

L'olimpionico etiope, ex primatista mondiale di maratona, ieri a Manchester ha dato l'addio alle competizioni


 

di Giorgio Cimbrico

“E’ la mia ultima gara, ma non smetterò di correre, perché correre è la mia vita”: l’addio di Haile Gebrselassie, dopo il 16° posto alla Great Manchester Run, è un sorriso a molti denti e non né triste né solitario né final. Ad Addis Abeba continueranno a vedere quell’omino dal prodigioso giro di gambe che si terrà in forma o guiderà una torma di ragazzini o darà il via a una gara giovanile.

Gebre, l’uomo più famoso dell’Etiopia, uno di più ricchi grazie al commercio del caffè, alla sua multisala, alle sue proprietà terriere: non ha buttato nulla e ha investito con oculatezza tutto quel che ha guadagnato in vent’anni abbondanti passati a correre e a vincere su pista grande, pista piccola, strada. Ha vinto tutto, ha doppiato capi e promontori importanti, non gli è riuscito di diventare campione olimpico di maratona, come Bikila, Wolde e Abera. Aveva a disposizione la maratona di Pechino: rinunciò dicendo che temeva il clima micidiale della Capitale del Nord. E’ l’unico piccolo neo. La piccola debolezza fu il primo addio, dopo il ritiro alla maratona di New York del 2010. Ci ripensò nel giro di qualche settimana.

La data di nascita è il 18 aprile 1973, a Aselle, altopiano sperduto, ad oltre 2000 metri di quota e a 200 chilometri dalla capitale. Mentre girava il film sulla sua vita, portò la troupe in quel luogo lontano: il padre aveva l’aspetto di un vecchietto e, come tanti etiopi, si spostava su un asinello. “Sono partito di qui”, e quella volta nel sorriso largo che stirava la geografia di rughe disegnate sul volto c’era una punta di orgoglio: aveva fatto molta strada.

La collezione di titoli e la panoplia dei record offrono un insieme imponente e rischiano di occupare molte righe: due titoli olimpici sui 10000, quattro titoli mondiali consecutivi, sempre nella distanza che è stata la sua specialità di parata, i 25 giri, quattro titoli mondiali indoor (la statura e la perfezione del passo risultavano ideali per le arene ridotte), quindici record del mondo (i 20.000 e l’ora sono ancora nelle sue mani e i 21.101 metri sui 60’ fanno rizzare i capelli in testa), la prima discesa storica sotto le 2h04’ quando la strada ha preso il posto dell’anello rosso e a Berlino e a Dubai ha saputo rendere ancora più pingue il patrimonio.

Di tanti ricordi che lo riguardano il più vivo e fremente, malgrado siano passati ormai quasi quindici anni, è legato ai Giochi di Sydney e al 25 settembre 2000, uno dei giorni più densi ed emozionanti di quell’Olimpiade straordinariamente bella e gradevole: la sera di Cathy Freeman e della riconciliazione tra l’Australia ancestrale e quella bianca, del bis di Michael Johnson, del titolo di Jonathan Edwards. Ce n’era già abbastanza per scrivere un’umana commedia ma il programma prevedeva anche la finale dei 10000, la guerra dell’Africa Orientale. Paul Tergat, della tribù Baringo ma anche Masai per parte di madre, non si era ancora rassegnato a dover passare alla storia solo come re dei prati e soprattutto come eterno secondo, sempre alle spalle di quel piccolo etiope dalle ali ai piedi come un Mercurio d’Africa. Era andata così a Atlanta, a Atene, a Siviglia. Al vertice Paul si presentò con una forma cromata, cercata e trovata in un periodo scandito da tre allenamenti giornalieri.

Al faccia a faccia assistettero 112.524 spettatori che, dopo le violente emozioni offerte da Freeman, riuscirono a pescare un’ultima riserva di eccitazione. Ne valeva la pena. Il climax venne raggiunto dopo il suono della campana: chiuso nella morsa Mezegebu-Gebrselassie, Tergat si lasciò scivolare all’indietro per attaccare deciso ai 250 finali, guadagnando un margine che, con un altro avversario, sarebbe risultato decisivo. Non con Gebre che guadagnò centimetro dopo centimetro in curva per affiancare il kenyano sul rettilineo finale e passarlo in un tuffo disperato. Una foto, bella come sanno esserlo le foto in bianco e nero, li ha colti nel momento del sorpasso: occhi fissi nel vuoto. Il serbatoio era vuoto, a spingere era solo una feroce volontà. Gebre la spuntò per nove centesimi, 27’18”20 a 27’18”29. “Più di quello non potevo fare”, commentò Tergat mischiando orgoglio a disillusione.

Nel caso di Gebrselassie, anche i tempi diventano musica: lui chiude con 3’33”73 nei 1500 (ma al coperto ha chiuso in due secondi in meno e un punto esclamativo è consentito), 7’25”09, 12’39”36, 26’22”75, 56’25”98 nei 20.000, 21.285 metri nell’ora, 58”55 nella mezza, 2h03’59”. Trasformando questi numeri in note, Johan Sebastian Bach avrebbe potuto scrivere una sonata, una cantata. Un capolavoro.



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