Da Indianapolis 1987 a Portland 2016

12 Marzo 2016

E' la seconda volta che i Mondiali Indoor si disputano negli Stati Uniti


 

di Giorgio Cimbrico

Per la seconda volta i Mondiali indoor vanno di scena negli Stati Uniti, a Portland, zona pacifica. La prima, che coincise anche con la nascita formale dei Campionati, fu quasi trent’anni fa, nel marzo del 1987, quando lo spettacolo venne organizzato sotto il gigantesco tendone dell’Hoosier Dome di Indianapolis. Il viaggio risultò lungo, movimentato e contrappuntato da episodi così sapidi che, anche dopo un così lungo spazio scavato dal tempo, meritano di essere raccontati.

Aeroporto O’Hare di Chicago, al tempo il più trafficato del mondo: Primo Nebiolo, presidente della IAAF (e della FIDAL), inizia a provare una punta di astio nei confronti degli americani che non hanno mandato nessuno ad accoglierlo per evitargli di finire in coda, con i comuni mortali, per il controllo dei passaporti. A un famoso giornalista e editorialista italiano, a bordo dello stesso velivolo, capita il contrario e il numero 1 dell’atletica mondiale alterna nello sguardo lampi viola e verdi. Varcata la frontiera, il presidente lascia il gruppo e sale sul primo aereo per Indy, convinto di trovare, almeno lì, un comitato d’accoglienza: rimarrà deluso e dovrà imbarcarsi su un taxi. Il resto della spedizione lo segue a un paio d’ore di distanza e non rinviene, né all’aeroporto né nelle strade che portano verso il cosiddetto centro della capitale dell’indiana, segni degli ormai imminenti campionati. Gli unici striscioni sono quelli che inneggiano a una celebrata mostra suina: “W i maiali, ricchezza dell’Indiana”.

L’alloggio è alla vecchia Union Station, trasformata in Holiday Inn: a chi scrive tocca il vagone intitolato a Rodolfo Valentino, con pelle di tigre (finta) a far da copriletto. Accanto, la vettura dedicata a Louis Armstrong: sono le stanze più ambite. L’indomani, dopo una notte tormentosa per via del fuso, è bene fare un primo sopralluogo al Dome per verificare se è tutto a posto. “Sì, è tutto a posto – conferma un addetto della Indiana Bell Corporation – avete chiesto delle linee telefoniche e le linee ci sono. Ma per gli apparecchi dovete pensarci voi”. Visita a un supermarket dove vendono di tutto e che costituisce una delle attrattive del centro (cosiddetto, come sopra…) della non città che infatti gli americani chiamano Nullapolis: sufficiente guardare a destra e a sinistra per perdere lo sguardo in una campagna piatta, costellata di costruzioni a un piano con la cassetta della posta tubolare, come quella di Paperino. Per fortuna i telefoni costano poco: con 20 dollari la faccenda viene sistemata. Serata più o meno eccitante: in tv c’è Tyson contro Spaccaossa Smith, il primo che resiste in piedi a Iron Mike.

Prima mattinata di gare con le batterie dei 1500: Eamonn Coghlan cade e finisce ultimo, con un tempo abissale. Joe Chaplin, l’uomo che ha scoperto Henry Rono e ha portato quel talento selvaggio al poker di record mondiali 3000-5000-10000-3000 st in una delle più terremotanti parentesi nella storia del mezzofondo mondiale, agisce da delegato tecnico e si accinge a formare le semifinali. Con Coghlan, naturalmente. Sandro Giovannelli ha qualcosa da eccepire. “Ma come, Eamonn è un ragazzo simpatico, è irlandese, è il re delle indoor, qui in America lo conoscono tutti”, protesta Chaplin. Alla fine la spunta Giovannelli. Gli irlandesi si rifanno con Marcus O’Sullivan e Frank O’Mara che dominano 1500 e 3000. La presenza degli africani è ancora assai lieve. In compenso c’è un velocista a piedi nudi di Mauritius e si chiama Thierry Brioche: nell’assegnare i nomi agli schiavi i francesi erano malignamente spietati. I britannici, almeno, li “battezzavano” con il cognome del padrone ed è per questo motivo che McDonald, Campbell, Powell costellano le isole dei Caraibi.

Il Dome, campo di casa dei Colts di football,  è così grosso che lo dividono in due e ugualmente rimane un’arena ragguardevole e, bisogna ammetterlo, anche ben frequentata, con punte di 15.000 spettatori. Il dato serve a far rasserenare Nebiolo, così come le gare che regalano una pioggia di grandi risultati: buttar l’amo significa pescare Igor Paklin e Sergei Bubka, ancora Urss, 2,38 e 5,85, Mike Conley 17,54 e Ulf Timmermann 22,24, Heike Drechsler 22”27 (quattro decimi davanti a Merlene Ottey) e 7,10, Stefka Kostadinova 2,05.

La spedizione azzurra produsse tre medaglie ma non erano tempi mediaticamente isterici come oggi e così accogliemmo con calma, quasi con naturalezza, il terzo posto, in 6”59, di Pierfrancesco Pavoni, dietro Lee McRae e Mark Witherspoon e il secondo di Giuliana Salce nei 3 km alle spalle della lontana russa Olga Krishtop. Una nuvola d’ira e di rammarico – e qualche urlo di protesta - solo per il bronzo di Giovanni Evangelisti, lontano da Larry Myricks, 8,23, e a pari misura, 8,01 con il nigeriano Paul Emordi: un salto giudicato nullo avrebbe proiettato il padovano verso un piazzamento più nobile. Il terzo e ultimo giorno, arrostito un manzo intero e distribuito in generose fette ad atleti, tecnici, dirigenti, giudici, giornalisti. Ottimo, ma eravamo a Indianapolis e non usava né Barbaresco né Bordeaux. Dura buttarlo giù con la Coca Cola o con il caffè lungo.

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