Bolt dieci anni dopo: il 9.58 è mito

14 Agosto 2019

Agosto 2009: all'Olympiastadion di Berlino il giamaicano sbriciola il record del mondo dei 100 metri un anno dopo i Giochi di Pechino. Un record ancora imbattuto.


 

di Giorgio Cimbrico

Dopo Pechino, dopo quello sguardo all’indietro (“dove siete finiti?”), dopo quell’arrivo che qualcuno dei Signori degli Anelli aveva definito arrogante, tutti sapevano che quel 9.69 era solo una tappa, un momento di passaggio: a Berlino Usain Bolt avrebbe dato un colpo di scalpello, tutti ne eravamo sicuri. Era per i 200 che i pareri potevano essere discordi perché il 19.30 aveva infranto qualcosa che sembrava protetto come i gioielli della Corona alla Torre, robusto come lo scudo di Ercole.

In quella sera umida di Atlanta, quando Michael Johnson scivolò su due binari invisibili e andò ad accovacciarsi accanto al tabellone che diceva 19.32, la conclusione che poteva esser tratta si condensava in parole che rivelavano la resa di fronte all’inevitabile scorrere del tempo: “Siamo troppo vecchi per vedere un nuovo record del mondo”. E invece dodici anni dopo, quel che aveva l’apparenza del definitivo venne sottoposto a una revisione. Più o meno come se Hillary avesse detto a Tenzing: “Prendimi un attimo sulle spalle”. L’unico modo per essere sei piedi più alto dell’Everest. Un altro commento della notte di Atlanta era stato: “Non sembra neanche un tempo sui 200”. Poteva sembrarlo, ai massimi livelli cui si poteva spingere l’uomo, il 19.68 di Frankie Fredericks, in quel momento il più grande sconfitto della storia. E così era diventato spontaneo collocare il 19.30 pechinese in una meravigliosa dimensione di irraggiungibilità, forse di nobile oltraggio. Non si poteva correre più veloci di così.

Se Hemingway attraversò un’estate pericolosa in un caleidoscopio di arene insanguinate, a noi non restava che vivere un’estate vertiginosa in uno stadio sospeso tra il classicismo e una posticcia età barbarica: propilei, pietra cruda appena sbozzata, torce alle pareti, vecchi fantasmi e antichi echi sinché ne volete.

Le 21.39 del 16 agosto 2009, un anno spaccato dopo Pechino: la finale arriva con il pubblico eccitato per il doppio argento di Nadine Kleinert, una specie di Brunhilde che invece della lancia scaglia il peso, e della proteiforme Jennifer Oeser, un’altra granatiera, ma dall’aspetto più gentile. C’è persino una salva di fischi: “Lasciateci ancora un attimo le nostre forti frau, le nostre robuste fraulein”. La colonna sonora è una percussione, un ritmo cardiaco. E sui blocchi c’è chi regala facce terribili, sorrisi forzati, sprezzanti, Usain Bolt mostra i denti e annuncia che sta per decollare, Tyson Gay ha gli occhi impallinati ma non fa notizia, li ha sempre così, Darvis Patton texano dice che è ora, Asafa Powell prova a fare l’allegrone e dentro trema come una foglia. Sì, è ora, l’ora di Usain, del 9.58 di Usain e, un anno dopo, Thunder Bolt diventa Kaiser Bolt. Da Pechino a Berlino, dal Nido d’Uccello all’Olympiastadion. Bolt è nato a cinquant’anni dalle meraviglie di Jesse Owens consumate qui dentro: chissà se è un segno del destino.

Bolt, il frantumamuri nella città che ne polverizzò uno alto come un’epoca, che toglie di peso altri undici centesimi a quello che sembrava un confine con il paradiso, che trascina chi prova a inseguirlo alla più grande gara della storia: in 9.71 Gay diventa il secondo di sempre (rafforzerà la posizione un mese dopo, a Shanghai, bruciando la gomma in 9.69, record su suolo cinese uguagliato) e si aggira per la pista come avesse preso un diretto al mento. Sempre tredici centesimi tra lui e la Gloria di Trelawny: era capitato anche quattordici mesi prima a New York, quando Usain aveva inferto la prima botta.

E Powell strappa finalmente una medaglia importante in 9.84, Bailey e Thompson sono quarto e quinto in 9.93, il figliol prodigo Chambers e Burns nelle retrovie in 10.00: la carica di massa più veloce della storia.

Bolt l’aveva detto in questi mesi di parole, prima di passare ai fatti: “9.50 è possibile”. Fortissimo, un po’ sbruffone il ragazzo, si era detto. E invece eccolo qui. Bolt, Mercurio con le ali ai piedi. E un anno dopo, la meraviglia è aumentata, accompagnata da un’immagine che odora di mitologico: lui, un giorno, sempre più veloce, sparirà in un turbine di luce su un carro di fuoco.

Quel che Muhammad Ali combinava con la lingua, con quel suo labbro di Louisville, con lo spirito acuto come una lancia, Usain di Trelawny, Giamaica nordoccidentale, lo fa con le mani, con gli occhi, con i gesti: spara, fuma, indica il cielo, fa il segno della croce, ammicca, ride, balla, si liscia, si trucca, vibra. Non è allegramente minaccioso come Il Più Grande, non dice che ha ferito una pietra, che ha fatto piangere un mattone, non ha rabbia, non ha l’ira profonda: tutto quello appartiene agli anni dell’impegno. L’Ali del XXI secolo è leggero come l’aria che attraversa, è potente per quanto gli è stato concesso dalla natura, è irridente senza rendersene conto. O forse sì, ma non è tanto importante quando dispensa la sua partenza quasi normale, l’alzare della potenza del motore senza l’urlio del macchinario, il volo lanciato che lo porta a posarsi di là del traguardo. Lui è l’arciere, lui è la freccia e anche quest’immagine è nel repertorio dei suoi gesti che chissà se hanno un copione, se sono frutto dell’improvvisazione.

Lui è quello che trascina verso l’entusiasmo, che può indurre il pubblico a borbottare preoccupazione in un mugghiare di fondo. Ma sì, in semifinale, per la falsa netta, quella dello sprinter in corsia sei, Bolt, proprio lui (la prima della sua vita, pare: il seppuku di Daegu sarebbe venuto due anni dopo) e quando gli otto si chinano ancora sui blocchi c’è un serpeggiare di sensazioni. E se si facesse cacciar fuori, se lasciasse l’impresa ad altri, se offrisse una morte in scena? Un’altra falsa c’è, ma è alla corsia numero 7, quella del massiccio britannico Tyrone Edgar, fuori. Fuori anche Usain se fosse già scattato il 2010, anno primo del regolamento draconiano e stupido. Fertig, pronti, sparo, bang, crack: Bolt non fa il clown, corre rotondo, senza sbirciare di qua e di là: 9.89. Il 9.93 di Tyson Gay, nell’altra semi, viene in fondo a una progressione robusta, convinta, tirata.

In finale il Caribe fa ancora una volta la parte del leone: due giamaicani (Bolt e Powell), due trinidegni (Thompson e Burns), Bailey di Antigua, amicone e mezzo cugino di Usain, due americani (Gay e Patton), un britannico, il controverso Chambers, tornato dopo un bando di due anni per doping pesante, il Thg sintetizzato nel laboratorio Balco di Victor Conte. Redento o no, è di nuovo qui, ad assistere da dietro alla trasformazione di un uomo in turbine: 5.48 a metà gara, 9.58 al traguardo, 4.10 tra i 50 e i 100, otto decimi spaccati tra i 70 e gli 80. That’s all, folks, questo è tutto, gente, diceva il titolo di coda di un vecchio cartone animato.

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Bolt e il 9.58: un record leggendario (foto archivio Colombo/FIDAL)


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