Auguri Gabriella Dorio, campionessa sorridente

27 Giugno 2017

Oggi l'oro olimpico sui 1500 metri di Los Angeles 1984 compie 60 anni


 

di Giorgio Cimbrico

L’Italia dell’atletica ha avuto tre campionesse olimpiche: Ondina Valla, bolognese, che avrebbe 101 anni, Sara Simeoni che ne ha compiuti 64 ad aprile, Gabriella Dorio che è affacciata sulla soglia dei 60, un bel giro di boa ma a che, a occhio, non deve darle un cruccio. Sempre contagiosamente allegra, lei. Due su tre sono venete: Sara è di Rivoli Veronese; Gabriella, sempre passata per vicentina, è nata a Veggiano, di poco ma ancora in territorio padovano. Quel che è venuto dopo, l’ha portata al di là di quel confine, a Cavazzale. Simeoni, maggiore di quattro anni, ha vinto le Olimpiadi a 27 anni, il 26 luglio 1980; Gabriella idem, l’11 agosto 1984. Saranno puri casi, ma vanno segnalati. Il 27 giugno, posto sotto il segno del Cancro, deve assistere chi lancia acuti e chi corre: prima di Gabriella, Anna Moffo soprano; dopo Gabriella, LaShawn Merritt, fuoriserie da meno 20” e meno 44”. Non è da tutti. Non è da tutti nemmeno aver avuto una carriera – con relativo cursus honorum – come quella di chi Paolino Rosi chiamava la nostra Riccioli d’Oro.

Nella mappa della sommaria ricostruzione è situato tra il troppo facile e il banale ricordarla al Coliseum, nel suo giorno dei giorni; meno agevole andare a scavare nei solchi del tempo e dei prati e ricordarla terza al Mondiale di cross di Chepstow, Galles: vento, pioggia e fango per l’edizione del ’76. E’ un gramo esordio di primavera, Gabriella non ha ancora 19 anni e finisce terza, dietro la spagnola Carmen Valero, crossista di razza, e Tatiana Kazankina, la miler che viene dall’ultimo lembo di Russia europea. Le telefoto, che venivano trasmesse da macchinette che ruotavano vorticosamente, offrivano una Gabriella a pois, come la zebra di Mina. Dietro quegli schizzi di mota, il sorriso che sarebbe divenuto abituale. Parole sue: “Io mi sono sempre divertita”. Il ’76 è una stagione in cui si diverte parecchio: sesta nei 1500 olimpici, a un soffio da Ludmila Bragina, prima delle occidentali.

Bel sorriso e belle gambe: con la chioma che diventava una criniera, l’effetto purosangue lanciato in rettilineo era assicurato. Se ne compiaceva Ugo Ranzetti, se ne compiacevano tutti.

Paola Pigni aveva trovato un’erede che avrebbe lasciato segni profondi, recapitati sino ai nostri giorni: sei record italiani ancora nelle sue mani: 1:57.66 e 3:58.65 hanno tutta l’aria di essere imbattibili ancora per un lungo pezzo.

Gabriella ha vinto un titolo europeo indoor, ne ha sfiorato uno all’aperto (curiosamente, nei francobolli greci apparsi per l’eurorassegna dell’82 appariva una sua immagine, da front runner, come usa dire oggi), ha collezionato 23 titoli italiani, ha corso cinque finali olimpiche e, protagonista già nel pieno degli anni Settanta, ha lasciato le ultime tracce di sé all’inizio dei Novanta quando, già mamma e dopo l’ultima medaglia (il bronzo ai Giochi del Mediterraneo), provò l’estrema sorte a Tokyo.

Capita, tra i vecchi suiveur, ricordare, rivangare, ricorrere a filmati che un giorno venivano da videocassette e che oggi sono generosamente offerti da YouTube. Spesso, di fronte a conclusioni che hanno lasciato il segno, che hanno provocato tumulti dell’anima e scosse cardio-telluriche, questi testimoni sempre più attempati temono che Cova non completi la rimonta sui granatieri della Ddr, che il distacco che Wells ha affibbiato in curva a Pietro sia incolmabile. Capita anche riesumando quel che capitò l’11 agosto 1984 al Coliseum di Los Angeles: cinque giorni prima Gabriella era finita quarta negli 800 dopo coraggiosa gara di testa, a 22 centesimi dal podio. Davanti, due romene, Doina Melinte prima, Fita Lovin terza.

E così, senza russe o DDR tra i piedi per via del boicottaggio, e con le cinesi che ancora non avevano gustato le leccornie di Ma Junren, le avversarie sono le romene, che in realtà sono moldave. Doina Melinte, viso cavallino, e Maricica Puica, capelli stoppa, reduce da un’impresa molto fresca: ventiquattro ore prima è diventata campionessa olimpica dei 3000, in fondo alla gara del dramma di Mary Decker-Slaney-Tabb, incespicata su un tocco di Zola Budd e uscita in barella, stravolta dal dolore e annegata nelle lacrime. Le due romene sono pericolose finisseuse e così si tratta di spuntar gli artigli con una corsa in progressione. Avvio delle ostilità affidato alla britannica Chris Boxer, con cadenze da slow. Meglio dare una svegliata: ai 600 finali Gabriella comincia a spargere spezie e peperoncino, Melinte risponde e alla campana sfila davanti ma senza riuscire a scavare un solco profondo. Gabriella le è addosso, la affianca, la salta e all’ingresso del rettilineo d’arrivo è davanti. E qui comincia il martirio, cento metri di tortura, una trama che prevede anche il rientro da dietro di Maricica. L’occhio del fotofinish ne inquadra tre in novanta centesimi: Dorio, Melinte, Puica. Gabriella si rivolge alle tribune e al cielo con un sorriso trasfigurato, un cocktail di sofferenza e gioia. Incancellabile.

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