Addio a Carlo Monti

07 Aprile 2016

Oggi a Milano, all'età di 96 anni, è venuto a mancare lo sprinter azzurro bronzo europeo nei 100 metri nel 1946 e poi terzo con la 4x100 ai Giochi Olimpici del 1948


 

Atletica italiana in lutto. Oggi a Milano, la città dove era nato il 24 marzo del 1920, si è spento Carlo Monti. Sprinter azzurro, in carriera si è messo al collo il bronzo europeo dei 100 metri a Oslo 1946, salendo sul terzo gradino del podio anche con la 4x100 ai Giochi Olimpici di Londra 1948. Monti non è stato solo un atleta di spicco con la maglia dell’Unione Sportiva Milanese e poi con quella della Pro Patria e della Nazionale negli Anni Quaranta, ma anche un apprezzato “cantore” delle vicende dello sport azzurro come giornalista e scrittore. Il presidente FIDAL Alfio Giomi, a nome del Consiglio federale e di tutta l’atletica italiana, esprime le più sentite condoglianze alla famiglia in questo momento di profondo dolore.

"Carlo Monti - il ricordo del presidente Giomi - sarà per sempre l'uomo simbolo di un'atletica elegante, figlia di una generazione risorta dalla tempesta della Seconda Guerra Mondiale. Le sue medaglie sono già storia del nostro sport, il suo modo di fare garbato e discreto l'impronta di uno stile che non potrà mai essere d'altri tempi. Grazie per essere stato tutto questo e per le tante pagine dell'atletica che la sua penna ha poi saputo raccontare".

I funerali si svolgeranno sabato 9 aprile alle ore 11 presso la Chiesa di Sant'Agostino in via Copernico 9 a Milano.

di Giorgio Cimbrico

Carlino Monti può essere riassunto in un racconto autobiografico che lui ci ha donato e di cui noi abbiamo sempre chiesto il bis, il tris, come per il pianista di Casablanca: suonalo ancora, Carlino. Guerra finita da un anno, nel Pacifico anche meno, mondo in pezzi, popolato da sommersi e salvati, da innocenti e da colpevoli che stanno per essere giudicati. L’atletica è la prima fenice che riesce a risorgere dalle ceneri, a organizzare un Europeo non in un paese neutrale ma in una Norvegia che ha avuto i suoi strazi: l’occupazione tedesca, il collaborazionismo di Quisling, la resistenza, i colpi di mano dei commandos contro le fabbriche dell’acqua pesante, i raid dei bombardieri nei fiordi, alla caccia della minacciosa Tirpitz. Il Bislett ha l’aspetto di un santuario, dove provare a lavare l’orrore.

Solo che arrivarci è un problema, racconta Carlino che allora aveva 26 anni – per l’epoca, un atleta maturo – e che aveva perso almeno cinque stagioni buone. La partenza della squadra azzurra è da Milano, con un Dakota, messo a disposizione dagli Alleati: il Dc3 è un magnifico cavallo da tiro – ha trasportato merci e paracadutisti e ha fatto la sua parte nel D-day - ma davanti a condizioni difficili deve arrendersi. E così, dopo aver appena puntato il muso a nord, deve far rotta verso sudovest, meta l’aeroporto marsigliese di Marignan. L’indomani si riparte ma arrivati sulla Danimarca, tra Skaggerak e Kattegat, la prudenza invita il pilota ad atterrare a Copenhagen. Un’altra notte passata alla meno peggio prima del decollo finale, verso l’aeroporto di Oslo, al tempo assai vicino al centro città.

Carlino in diretta, iniziando in italiano e finendo rapido nel milanese, come gli capita spesso: “Due giorni di viaggio e arrivo, finalmente, giusto quando le gare stavano per cominciare. Batterie, semifinali e finale, tutto di seguito come capitava a quei tempi: i 100 erano uno dei piatti principali della prima giornata. E riesco ad arrivare sino in fondo”. E a strappare la medaglia (di bronzo) che lo rende, in atletica, il più attempato titolare di un podio in una rassegna di respiro importante. Vince il britannico John Archer, nativo di Nottingham, la terra di Robin Hood, in 10”6, davanti al norvegese Tranberg (che porta un nome reale, Haakon) in 10”7. Carlino è lì dietro, in 10”8, dopo tre gare e un viaggio da bestie. In treno avrebbero fatto prima ma in quel momento la rete ferroviaria europea aveva qualche problema.

Ammessi agli Europei malgrado lo schieramento in guerra (la Germania non è presente), gli azzurri mettono assieme un discreto raccolto: dopo il bronzo di Carlino, la doppietta Consolini-Tosi, l’inizio di una costante, e il terzo posto nel peso di Amelia Piccinini. Due anni dopo, italiani ammessi che a Londra, l’altro momento di gloria di Monti che va a poggiare i suoi piedi reattivi anche sul podio olimpico, terzo nella 4x100 (con Michele Tito, Enrco Perrucconi e Antonio Siddi), alle spalle degli Stati Uniti di Harrison Dillard e alla Gran Bretagna che schiera John Archer ma senza che venga concessa una rivincita “volante” di Oslo. John corre in prima, Carlino in ultima.

Otto titoli tricolori nei 100 e nei 200, un’infinita milizia nel giornalismo e nella pubblicistica (Cento per Cento, un libro sulla leggendaria 100km di marcia, scritto da chi correva 100 metri), una presenza lieve e simpatica ad ogni appuntamento dove aprire la corrente dei ricordi. Lui ne aveva un fiume.

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Carlo Monti con la 4x100, bronzo olimpico a Londra 1948


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