Abano, si discute la 'questione mezzofondo'




 
Il “lucido” che campeggia sullo schermo è solo un ordine d’arrivo. Ma per i numeri ed i nomi che riporta, ha il potere di una tanica di benzina versata su una fiammella accesa. Si riferisce ad una gara di 10.000 metri ai Campionati europei; tra il primo, capace di 27:30, e il nono, ci sono soli dodici secondi. E le nazioni rappresentate sono tante, quasi quante i classificati. La gara in questione è la finale sui 25 giri di Praga 1978, vinta dal finlandese Marti Vainio, al termine di uno sprint entusiasmante, davanti all’indimenticabile Venanzio Ortis (che poi, nella stessa manifestazione, vincerà l’oro dei 5000 metri). Ventisei anni fa. Ovvero, quando l’Europa non aveva paura di correre. Il “provocatore” ha il volto affilato e la lingua tagliente di Renato Canova; la scena, è quella di Abano Terme, dove è in corso di svolgimento il congresso europeo dei tecnici. Si parte da Praga ’78, per parlare di mezzofondo giovanile, nel corso della sessione condotta dal britannico Peter Thompson e coordinata da Canova. Il tema è davvero d’attualità in Europa, continente che oggi soffre sulle lunghe distanze. Ed è più che mai sentito in Italia, paese che ha vissuto anni – neanche troppo lontani – da leader della specialità. La sala è naturalmente gremita, con in prima fila tecnici come Giampaolo Lenzi, Luciano Gigliotti (domani il suo intervento), Ida Niccolini, Nardino Degortes. Canova, partendo dai giovani, e passando attraverso l'analisi dei modesti risultati ottenuti oggi già nelle categorie Junior, finisce per esporre una sua teoria precisa sul declino del mezzofondo europeo. “E’ inutile continuare a prendersela con la strada che porta via gli atleti alla pista – arringa – perché è un argomento privo di ogni fondamento. Così come non è vero che in pista non ci sono più soldi. La verità, rispetto a queste due affermazioni, è che non sono gli atleti migliori a spostarsi verso la strada, e che, per quelli in grado di emergere, la pista offre ancora risorse degne di questo nome”. Le responsabilità del declino del mezzofondo auropeo, secondo Canova, sono anche dei tecnici. “Oggi non ci si allena più nel modo giusto, perché gli allenatori hanno paura di imporre le proprie idee agli atleti, ed il risultato è che il lavoro diventa una mediazione tra ciò che si dovrebbe fare e ciò che l’atleta, frenato dai suoi timori, vuole fare. Una assurdità”. La paura della fatica, secondo Canova (oggi guida di molti dei migliori mezzofondisti mondiali), è uno dei limiti degli atleti dei nostri giorni: “Voglio fare un esempio concreto: ricordo, in passato, certi lavori di fartlek a Tirrenia, durante i quali, che so, poteva capitare che a a tirare fosse Panetta: ebbene, se c’era da fare una variazione di un minuto, al termine del minuto rispondeva Antibo, o qualche altro, e i minuti potevano diventare tre, o addirittura cinque. Oggi, a un minuto e tre secondi, l’ultimo della fila, il più scarso, urla di rallentare. E tutti, compresi, i primi, si bloccano". Il rimedio? "Dobbiamo restitutire all’allenamento anche l’istintività che abbiamo cancellato a vantaggio di una presunta, e direi malintesa, razionalità scientifica”. L’alternanza di tesi e teorie continua, nel corso di tutta la giornata padovana. Nelle altre sale del Teatro Pietro d'Abano, sotto la regia di Dino Ponchio e Frank Dick, la scena che si ripete è più o meno simile. Cambiano i protagonisti e le argomentazioni, ma il risultato, comune a tutti, è che i tecnici parlano, si confrontano, talvolta si affrontano. Carlo Vittori (uno dei migliori “speakers” in atletica, sempre circondato da un codazzo di seguaci, anche durante gli intervalli) e Loren Seagrave per velocità e ostacoli, Wolfgang Ritzdorf nei salti, Ekkar Arbeit e Nicola Silvaggi nei lanci sono i cerimonieri della manifestazione. Tre giorni intensissimi che testimoniano di un notevole fermento anche in casa nostra, considerate le oltre 340 presenze italiane (un vero e proprio record di partecipazione). Intendiamoci, il Congresso europeo non risolverà certo i problemi che affliggono il nostro movimento, né colmerà, ad esempio, la distanza che ci separa in certe specialità da altri continenti. Ma può essere considerato il modo migliore di approcciare le difficoltà. Attraverso il confronto di idee, il dibattito. Sì, se ne sentiva un gran bisogno. m.s.
Nella foto, Renato Canova (a destra) e Lucio Gigliotti (FIDAL)




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