Leggenda Berruti, una storia veronese
11 Agosto 2026A tre mesi dall’Olimpiade di Roma il campione torinese corse i 100 sul campo di Basso Acquar in 10”2
Un giovane cronista veronese, Pietro Perbellini, ha dialogato con Livio Berruti a pochi giorni dalla sua morte. La lunga intervista, probabilmente l’ultima rilasciata dal velocista torinese e pubblicata dal settimanale Giovanisport.it, si apre con un ricordo veronese: a tre mesi dall’Olimpiade romana, Berruti, all’epoca studente di chimica all’università di Padova e tesserato per le Fiamme Oro, corse i 100 sulla pista Coni di Basso Acquar. E il risultato anticipò, in qualche modo, quello che sarebbe successo poche settimane dopo nella gara che lo consegnò al mito.
C’è un filo sottile che lega Verona ad un mito dello sport italiano: Livio Berruti. Il 26 maggio 1960, a tre mesi dalle Olimpiadi di Roma che lo consacrarono alla gloria imperitura, il velocista torinese fu protagonista di un grande risultato cronometrico sulla pista Coni (oggi Campo Consolini) di Basso Acquar.
Era l’epoca in cui la città scaligera organizzava annualmente il “Trofeo De Gasperi”, manifestazione nazionale di atletica leggera che quell’anno vide tra i partecipanti nomi illustri come Silvano Meconi nel peso, Carlo Lievore nel giavellotto e il beniamino di casa Adolfo Consolini nel disco. Berruti, a quel tempo studente di chimica all’Università di Padova e tesserato per le Fiamme Oro, gareggiò nei 100m. Il suo record sulla distanza risaliva al 31 agosto 1958, quando a Cuneo, tra lo stupore generale, stampò un 10”3 valevole come nuovo record italiano. Con una pista in terra battuta e una concorrenza per nulla trascendentale, nessuno sentiva odore di impresa sportiva. Tuttavia, in un’atletica “ruspante” come quella degli anni ‘60 il gran crono poteva arrivare senza preavviso… e così successe quel giorno. La risposta di Livio allo sparo dello starter fu immediata, la corsa decontratta, fluida, il lanciato da urlo, il vento leggermente favorevole: Berruti vinse la gara per dispersione.
Dei quattro cronometristi presenti, tre fermarono il cronometro a 10”2, uno addirittura 10”1. Il tempo ufficiale assegnato al talento torinese fu 10”2, nuovo record italiano (l’ultimo sui 100m su pista in terra battuta), ma soprattutto record europeo eguagliato. Tuttavia, data l’assenza dell’anemometro, il vento non venne rilevato. Questo generò non poche polemiche, tanto che la FIDAL omologò il nuovo primato solamente l’11 dicembre di quell’anno. Sulla rivista Track&Field News del giugno 1960, il grande storico dell’atletica leggera Roberto Quercetani scrisse che, nonostante l’assenza della rilevazione, i testimoni concordavano sul fatto che il vento non fosse superiore ai 2 m/s e che non avesse favorito in maniera decisiva l’azione di corsa di Berruti. In ogni caso, nessun altro concorrente migliorò il proprio primato personale.
Di quella giornata veronese, Berruti confessò di avere “un ricordo piuttosto sbiadito, essenzialmente per due motivi: il primo riguarda la poca enfasi con cui il mondo sportivo (giudici, atleti, spettatori) ha preso nota dell’avvenimento. In quei tempi gli sport che catalizzavano l’attenzione erano calcio e ciclismo, seguiti dall’automobilismo e dal pugilato. Il secondo motivo era la mia quasi indifferenza per il risultato cronometrico. A quell’epoca il crono stabilito in gara aveva un valore secondario. Io gareggiavo esclusivamente per il piacere di correre, scaricando sulla pista il mio ‘surplus energetico’”.
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