Dentro la Corsa – Francesco Bove, correre per restare
31 Maggio 2026
La storia di un ragazzo che ha imparato a contare sulle proprie forze, trovando nella corsa una strada per ricominciare
di Campania
DENTRO LA CORSA (
Pietro De Biasio) - Ci sono corse che iniziano molto prima dello sparo dello starter. Cominciano nel silenzio di una stanza, dentro un corpo che fatica, tra notti difficili, sacrifici quotidiani e quella voglia ostinata di rialzarsi quando la vita prova a metterti al tappeto. La storia di
Francesco Bove, 25 anni, atleta della Podistica Sammaritana, nasce proprio così. Non da un cronometro o dalla ricerca della prestazione, ma dalla necessità di salvarsi, di tornare a respirare e di rimettersi in gioco passo dopo passo. Perché la corsa, per lui, non è stata soltanto sport. È stata una seconda possibilità. Per anni Francesco ha vissuto mettendo gli altri davanti a sé. Volontariato, protezione civile, emergenza sanitaria, assistenza ai senza tetto, il periodo del Covid. Una vita spesa ad aiutare il prossimo. “Da quando avevo 16 anni mi sono prodigato ad aiutare il prossimo”. Ma dietro quell’altruismo sconfinato si nascondeva qualcosa di più profondo. “Sentivo una sorta di vuoto da colmare con queste attività… e quello che non riuscivo a riempire lo sfogavo nel mangiare”. Parole che pesano quasi quanto quei 186-187 chili che Francesco racconta di aver raggiunto dopo anni vissuti senza ascoltare davvero sé stesso. Poi la tragedia. La perdita improvvisa della sorella. E qualcosa che, nel dolore, si spezza e contemporaneamente si ricostruisce. “Dopo aver perso mia sorella ho ripreso ad amarmi”, è una frase semplice, ma dentro c’è tutto. C’è il senso di colpa di chi resta, la paura di crollare e la scelta difficilissima di salvarsi. Francesco non racconta la sua rinascita come una favola motivazionale.
Non cerca effetti speciali.Anzi, mette a nudo anche le sue fragilità, le delusioni e quella sensazione di dover imparare a contare soprattutto sulle proprie forze.
“Le persone possono aiutarti, ma se poi vengono meno rischi di crollare anche tu”. Ed è forse qui che entra in scena la corsa. Una disciplina individuale, sincera, quasi brutale nella sua essenza. Non puoi nasconderti dietro nessuno. Sei tu, il fiato, il cuore e le gambe. Francesco inizia il 13 febbraio 2024. Martedì grasso. Una data che lui ricorda perfettamente. La mattina dopo esce a camminare. Un passo alla volta. All’inizio non è nemmeno corsa vera. Alterna camminata veloce a piccoli tratti di jogging. Il corpo pesa, le articolazioni soffrono, ogni chilometro è una trattativa con il dolore. “La sfida più grande era trovare il compromesso tra allenarmi e non distruggermi articolazioni e tendini”. Ma lentamente qualcosa cambia. Non solo nel fisico. Cambia lo sguardo. Cambia il modo di stare al mondo. Francesco scopre che correre significa anche ascoltarsi, stare all’aria aperta, respirare, sentirsi vivo. “La corsa è personale. Quando c’è lo start sei tu e le scarpette.” E poi arriva la prima gara. Sette chilometri a Coperchia, nel Pellezzano Urban Trail. Una coincidenza che sembra scritta da qualcuno lassù: partenza e arrivo proprio sotto l’anfiteatro dedicato alla sorella e al fidanzato. “Sono andato a dare un bacio al murales. Ho pianto tanto. È stato commovente”. Da quel giorno Francesco continua a correre anche per lei. Casaluce, Dugenta, Villa di Briano, le gare nel Casertano, gli amici conosciuti lungo la strada, i pacer che tornano indietro per incoraggiarlo, la scoperta di una nuova famiglia sportiva nella Podistica Sammaritana.
Ed è proprio parlando dei pacer che la sua voce cambia tono, quasi si incrina. “Nelle prime gare tornavano indietro per venirmi a prendere”. Un gesto semplice solo all’apparenza, ma enorme per chi stava imparando a credere di nuovo in sé stesso. Per questo oggi Francesco custodisce un sogno speciale. “Quando starò meglio fisicamente mi piacerebbe diventare un pacer per aiutare gli altri come hanno aiutato me”, perché per lui la corsa resta sì uno sport individuale, ma capace di creare un senso profondo di appartenenza. “La squadra ti aiuta. C’è il caffè prima della gara, la birra dopo il traguardo, il ritrovarsi con gli amici”. Intanto il cambiamento continua. Quasi 70 chili persi. Allenamenti, sacrifici, alimentazione, giornate difficili e altre bellissime. Fino ad arrivare al sogno chiamato Firenze Marathon. Francesco la racconta come “un roller coaster di emozioni”. E viene quasi da sorridere pensando alla sincerità con cui descrive quel traguardo tagliato dopo sei ore di fatica. “Ho visto il cartello dei 42 km e mi sono commosso”. Poi le lacrime, la medaglia, la sensazione di essersi finalmente liberato di mesi di paure e sacrifici. “Mi sono sentito travolgere dalla gioia” Perché la maratona, per Francesco, non è stata soltanto una gara. È stata la prova concreta che si può rinascere. Oggi continua a lavorare su sé stesso con la stessa lucidità con cui racconta la sua vita. Sa che il percorso è ancora lungo, ma ora guarda avanti con nuovi obiettivi. Uno su tutti: chiudere la sua prima 10 chilometri sotto l’ora. “Il mio sogno ora è scendere sotto i 60 minuti nei 10 km.” Un traguardo che per molti runner può sembrare normale, ma che per lui vale quanto una montagna scalata passo dopo passo. Perché la forza della storia di Francesco Bove sta tutta qui: nel ricordarci che la corsa non serve soltanto ad andare più veloci. A volte serve semplicemente a restare vivi.

Francesco Bove e la Podistica Sammaritana
| Condividi con |
|
|
|
Seguici su:
|