Marco Cascone, la voce che non si spegne
25 Marzo 2026
A cinque anni dal 2 marzo 2021, il ricordo vivo di un uomo che ha insegnato a restare quando tutti vanno via.
di Campania
GRAGNANO (Pietro De Biasio) – Ci sono voci che non muoiono. Semplicemente smettono di uscire da un microfono e iniziano a restare dentro le persone. Il 2 marzo 2021 non è stato il giorno in cui il podismo ha perso uno speaker. È stato il giorno in cui ha dovuto imparare a fare a meno di una presenza che, fino a quel momento, sembrava naturale quanto il suono di un colpo di pistola allo start. Perché Marco Cascone non raccontava le gare, le attraversava. E non annunciava gli arrivi, ma li accompagnava. Allora succede che, a cinque anni di distanza, nelle domeniche di corsa, tra un pettorale appuntato e un respiro che cerca ritmo, siano ancora in tanti. molti più di quanto si pensi, ad aspettare quella voce, anche senza dirselo. Non per sentire il proprio nome. Ma per sentirsi, ancora una volta, riconosciuti.
La scelta Nato nel 1963 e cresciuto a Scanzano, in una realtà dove la vita spesso ti costringe a scegliere in fretta e senza istruzioni, Marco aveva davanti a sé due strade. Una illuminata dai valori dello sport, l’altra più breve e più buia. Non tutti, in quel contesto, hanno avuto la forza o la possibilità di scegliere. Alcuni compagni di gioventù si sono fermati troppo presto, inghiottiti da dipendenze che non lasciano appello. Marco no. Marco ha scelto lo sport, ma soprattutto ha scelto di restare. Restare dentro la fatica, dentro i valori, dentro una strada che non prometteva scorciatoie ma costruiva senso.
La voce La sua storia da speaker nasce quasi per caso, come spesso accade alle cose autentiche. Una trasmissione radiofonica su Radio Tirreno Sud, ogni sabato, a parlare di atletica quando farlo significava davvero crederci. Poi l’invito a curare lo speakeraggio di una manifestazione. Un’occasione che diventa direzione. Perché Marco non raccontava le gare: le abitava. Non chiamava i nomi: li riconosceva. Dal Marathon Club alla notturna di Città di Stabia, di cui è stato voce ufficiale fin dal primo giorno, fino alle manifestazioni regionali e nazionali, costruisce una carriera lunga oltre trent’anni, culminata con il riconoscimento delle Universiadi di Napoli 2019, dove viene scelto come speaker ufficiale della marcia e della mezza maratona. Un traguardo importante, certo. Ma non il più importante per lui, che nel contatto umano trovava la sua vera dimensione.
Il Maestro Ridurre Marco a uno speaker sarebbe forse il più grande errore. Perché chi lo ha vissuto sa che prima ancora di raccontare la corsa, lui la formava. Allenava. Educava. Costruiva persone.
Il suo gruppo, Antonio Lombardi, Marco Piccolo, Francesco Varriale, Marco De Martino, Enrico Iorio, Dino Selce, Massimiliano Fiorillo, Marek Alessandro, Giacomo Perone, Antonio Imperatore, Marciano Pilla, Antonello Sateriale, Domenico Vendettuoli, Maurizio D’Andrea, Salvatore Rocco, non era semplicemente una squadra. Era una famiglia. Si iniziava con un buongiorno e si finiva con una buonanotte. In mezzo c’era tutto: allenamenti, risate, confronti, vita vera. “Per me era un punto di riferimento e di partenza”, racconta Antonio Lombardi. “Mi trattava come un buon papà, vedeva in me più di quello che riuscivo a vedere io”. Ed è forse questa la qualità più rara: credere negli altri prima ancora che loro credano in sé stessi.
Se oggi quella lezione non si è persa, è anche perché qualcuno ha saputo raccoglierla senza trasformarla in imitazione.
Martina Amodio che ogni domenica continua a raccontare le gare, non parla di Marco come di un ricordo, ma come di una presenza che continua a orientare ogni scelta. “Marco è stato innanzitutto un allenatore, di sport come di vita. La persona che mi ha insegnato cosa significa davvero essere un’atleta: affrontare la fatica, restare quando sarebbe più comodo andare via, dare valore ai momenti di difficoltà più che a quelli di gloria, perché è lì che si cresce davvero”. In un tempo che premia l’apparenza, Marco insegnava sostanza. “È facile quando tutti salgono sul carro dei vincenti; ma è quando si è soli che si vede la stoffa di chi ha carattere”. Una frase che oggi pesa più di ieri. “Molto di quello che so e di ciò che sono lo devo a lui. E me lo ha trasmesso con una naturalezza che appartiene solo a chi non aveva bisogno di imporsi”. E ancora: “Mi ha insegnato un modo di stare al mondo fatto di rispetto, lealtà, verità. Valori che oggi si riconoscono sempre meno, ma che proprio per questo restano ancora più preziosi”. Fino alla linea che divide tutto: “Con lui c’era un mondo… e chi lo ha vissuto sa che esiste un prima e un dopo Marco”.
E la chiusura che resta: “Per quanti anni possano passare, certe persone non si sostituiscono.Anche nel silenzio, continuando a fare la differenza”.
Le radici Il racconto di Armando Selene riporta tutto all’origine, quando ancora non c’erano microfoni ma solo sogni e scarpe consumate: “Ho iniziato a praticare atletica in prima elementare, era il 1975, e nel rione dove abitavamo, al Parco Imperiale, c’era don Franco Valanzano che ci faceva allenare in un cortile, la nostra palestra a cielo aperto. È lì che ho conosciuto Marco, era tra i ragazzi più grandi e già per noi più piccoli era un punto di riferimento”. Cinque anni di differenza che allora pesavano, eccome. “Poi è diventato anche un amico di famiglia, veniva a casa, mio padre lo stimava molto, diceva sempre che era un ragazzo in gamba”. I ricordi si intrecciano con le prime gare: “Ricordo una marcialonga nei primi anni ‘80, Marco fu protagonista di una grande gara e noi lo seguivamo anche in bici per incitarlo”. E poi il tempo che passa, le strade che si dividono e si ritrovano: “Quando ci incontravamo, c’era sempre la stessa amicizia e la stessa passione per l’atletica”.
Dietro quella voce che tutti hanno imparato a riconoscere, ci sono intuizioni e incontri decisivi. Domenico Cuomo, insieme ad Anna Palma, fu tra i promotori della Marathon Stabia a metà anni ‘80. Ed è proprio lì che qualcosa cambia: l’idea, allora innovativa, di inserire uno speaker in gara. Marco accetta. Prova. Funziona. Quella scelta diventa un trampolino: da quel momento iniziano le chiamate, le altre manifestazioni, una carriera che prende forma quasi senza che lui la insegua davvero. Ma il rapporto con Anna e Mimmo non si è mai fermato al lato sportivo. Era qualcosa di più profondo, quotidiano, autentico. “Il ricordo di Marco è tra i più belli che custodiamo nel cuore”, raccontano. “Era nato sportivamente con la Marathon Club e portava dentro di sé la Notturna Città di Stabia. Dal primo giorno è stato lo speaker ufficiale, fino all’ultimo”. Un legame che lui stesso non ha mai smesso di raccontare: “Ovunque andasse, ricordava sempre che come speaker era nato lì. Era il suo modo di dire grazie”. Poi un aneddoto, semplice: “La mattina chiamava: ‘Annarella, prepara il caffè, vengo da te e parliamo un po’ di sport’. E poi arrivava davvero. Eravamo due innamorati dello sport”. E la frase che chiude tutto: “Più che un amico, Marco è stato un fratello”.
Cinque anni sono abbastanza per andare avanti, ma non per mettere da parte certe presenze. Il 2 marzo 2021 resta una linea sottile che ogni anno si attraversa senza mai superarla davvero. Perché Marco Cascone non è soltanto quello che è stato, ma quello che continua a essere negli altri. In chi racconta una gara con rispetto. In chi allena con onestà. In chi sceglie, ancora oggi, di restare quando sarebbe più facile andare via. E allora, per ritrovarlo davvero, basta fermarsi ad ascoltarlo. C’è un video, pubblicato su Videorun il 19 settembre 2020, in cui parla con la semplicità di sempre del piacere del movimento, del camminare, dell’incontrare se stessi mentre si incontra il mondo. Parole leggere solo in apparenza, che oggi pesano molto di più. Dentro quel messaggio c’è tutto: l’uomo, lo sport, la sua idea di vita. Il resto, come sempre, non serve raccontarlo. Basta ascoltarlo.
File allegati:-
Le pillole di Marco Cascone da Videorun.it
Il Team Cascone
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