Dentro la Corsa – Non si corre con il telefono

15 Febbraio 2026

Al via la rubrica domenicale che ogni settimana affronterà i temi caldi del running, con l’agenda guidata anche dalle indicazioni dei lettori.

di Campania

DENTRO LA CORSA (Pietro De Biasio) - Nasce oggi “Dentro la Corsa”, uno spazio settimanale pensato per andare oltre la cronaca. Non solo risultati, classifiche o comunicati, ma riflessioni sul mondo che ruota intorno al running: le sue trasformazioni, le contraddizioni moderne, le dinamiche psicologiche che accompagnano chi corre. Sarà una rubrica aperta. Non calata dall’alto. Saranno i lettori, con osservazioni, critiche e spunti, a contribuire a dettare l’agenda dei temi da affrontare. Perché la corsa è patrimonio di chi la vive ogni giorno, non solo di chi la racconta.

E si parte da una domanda semplice quanto divisiva: si può correre con il telefono in mano? Si chiamano gare per un motivo. Dentro quella parola c’è preparazione, sacrificio, tensione agonistica. C’è la volontà di mettersi alla prova. Che sia una 10 chilometri, una mezza maratona o una maratona, l’ingresso in griglia è una scelta precisa: competere. Dallo start alla finish line il principio dovrebbe essere uno soltanto, dare il massimo. Il telefono durante una gara racconta altro. Racconta distrazione. Racconta messa in scena. Racconta una priorità che non è più la prestazione ma la rappresentazione.

Negli ultimi anni il running ha incontrato l’universo dei social, generando nuove figure: microinfluencer, macroinfluencer, aspiranti leader di community digitali. Il fenomeno non è di per sé negativo. Esiste chi utilizza la comunicazione come professione strutturata e coerente. Ma accanto a queste realtà esiste un sottobosco meno strutturato. Profili che rincorrono consenso, che trasformano ogni allenamento in contenuto, ogni gara in set cinematografico. Piccoli microcosmi dove bastano pochi “mi piace” per alimentare la percezione di centralità.

Il runner, in fondo, è una figura complessa. È un essere sociale che sceglie uno sport individuale. Si allena spesso in solitudine, gareggia da solo in mezzo a migliaia di altri soli. È un paradosso affascinante: soli tra gli altri.

La corsa, però, resta prima di tutto una sfida personale. Per la maggior parte dei praticanti non è una lotta per il primo posto, ma un confronto con il cronometro del giorno prima. Migliorarsi, oppure accettare con lucidità che il tempo passa e che dopo i quarant’anni la curva delle prestazioni tende fisiologicamente a scendere.

In questo scenario, la gara dovrebbe restare uno spazio sacro. Concentrazione, ritmo, gestione dello sforzo. Se si prepara un obiettivo vero, il telefono non può diventare protagonista. Può esistere la gara-test, il momento più leggero, l’evento vissuto come esperienza. Ma quando l’agonismo è autentico, la distrazione non è contemplata.

Qualcuno si sente narratore alla Gianni Brera, qualcun altro sogna l’estetica di Oliviero Toscani applicata alla linea di partenza. Ma la corsa non ha bisogno di scenografie. Ha bisogno di verità. E la verità è semplice.

Non si corre con il telefono.

Si corre con la testa, con le gambe, con il cuore.

Il resto è contorno. E il contorno, in una gara, non taglia il traguardo.



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