Dentro la Corsa – Il tempo lungo della corsa

22 Marzo 2026

Da Lois Bastien a Emma Maria Mazzenga fino a Fauja Singh: tre storie diverse, un unico filo che attraversa il tempo e racconta la corsa come scelta di vita.

di Campania

DENTRO LA CORSA (Pietro De Biasio) - C’è un filo sottile che lega le storie raccontate nelle ultime settimane. Non è fatto di cronometri, né di classifiche. È un filo più profondo, che attraversa il tempo e lo mette quasi in discussione. Prima Lois Bastien, con i suoi 16.256 giorni consecutivi di corsa, poi Emma Maria Mazzenga, capace di correre e vincere record mondiali oltre i novant’anni. Due modi diversi di restare dentro la corsa. Due modi diversi di non uscire mai davvero dalla propria strada. Ma esiste una storia che non si limita a stare dentro questo filo. Lo allunga, lo sposta più in là, lo rende quasi irreale. È quella di Fauja Singh, l’uomo che ha iniziato a correre quando altri smettono di pensare allo sport, quando il corpo sembra chiedere tregua e invece lui ha scelto di rimetterlo in movimento. Non c’è nulla di costruito nella sua vicenda. Nessuna programmazione, nessuna carriera sportiva giovanile, nessuna ricerca del risultato. Fauja Singh nasce nel 1911 in Punjab, vive una vita semplice, lontana dallo sport organizzato. Poi, molto tardi, quando la vita gli presenta il conto più difficile, la perdita della moglie, del figlio, la solitudine, accade qualcosa. Non una svolta atletica. Una svolta umana. A quasi novant’anni comincia a correre.
Non per diventare atleta. Per restare in piedi. E da quel momento la corsa diventa il suo linguaggio. Londra, Toronto, New York: le grandi maratone arrivano dopo, quasi come conseguenza naturale di un gesto che era già diventato quotidiano. A cento anni completa una maratona. Non serve nemmeno il sigillo del Guinness per capire che siamo oltre il record. Siamo dentro qualcosa che riguarda il senso stesso del movimento. Fauja Singh non corre per migliorare il tempo.

Corre per migliorare il tempo che gli resta. Ed è qui che il racconto torna indietro e si ricompone. Perché se Bastien rappresenta la fedeltà assoluta al gesto, correre ogni giorno, senza interruzioni, per quarantacinque anni, e Mazzenga la capacità di restare competitivi quando il calendario anagrafico sembrerebbe dire il contrario, Singh aggiunge un terzo elemento. Forse il più importante. La corsa come rinascita. Non c’è allenamento, non c’è tabella, non c’è metodologia che possa spiegare fino in fondo queste storie. C’è qualcosa che le tiene insieme ed è difficile da misurare: la relazione tra movimento e vita. Correre non come prestazione, ma come equilibrio. Non come sfida agli altri, ma come risposta a sé stessi. Nel mondo dell’atletica siamo abituati a dare valore ai numeri. È giusto, è la nostra natura. Ma ogni tanto arrivano storie che spostano il punto di osservazione. Che ti costringono a rallentare, a guardare meglio. A capire che il vero traguardo non è la linea d’arrivo, ma la possibilità di continuare a partire. Fauja Singh, morto nel 2025 a 114 anni, investito da un’auto nel suo villaggio natale, non lascia un record certificato. Lascia qualcosa di più difficile da catalogare. Un’idea semplice e potentissima: che muoversi è vivere, e che non esiste un’età giusta per iniziare. Dentro la corsa, a volte, non si entra per vincere. Si entra per restare. Forse è questo che unisce davvero queste storie. Non la longevità in sé, ma la capacità di dare un senso al tempo che passa. E allora la domanda non è più quanto veloce, quanto lontano, quanto forte. La domanda diventa un’altra. Quanto a lungo possiamo continuare a sentirci in movimento?


Hindustan Times - Getty Images


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